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Le interviste di Fausta Genziana Le Piane

Intervista a Luca Policastri vincitore per la fotografia del premio calabrese dedicato al poeta Franco Costabile

Lo sguardo della solitudine

Il Dottore Luca Policastri – è, infatti, Medico Dentista – è da sempre innamorato della fotografia. Negli anni ‘70 si occupa di foto architettonica e partecipa a diverse pubblicazioni del settore. Negli anni ‘80 lavora come reporter di moda a Roma per le Sorelle Fontana e per altre prestigiose Case collaborando anche con diversi quotidiani a diffusione nazionale. Frequenti sono in questo periodo i contatti con la sezione Fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Roma. Interessato anche agli aspetti socio-antropologici della fotografia, nell’88/89 collabora con l’Istituto Nazionale di Grafica alla ricerca e alla realizzazione del libro: “Sguardo e memoria: Alfonso Lombardi Satriani e la fotografia nella Calabria del primo Novecento”. Negli anni ‘90 passa alla fotografia naturalistica partecipando a numerosi viaggi in Africa e in Medio Oriente. Collabora alla realizzazione del Festival della Fotografia, a Corigliano Calabro, dove vive, giunto ormai alla settima edizione, considerato tra le più importanti manifestazioni del settore. Ogni anno coinvolge i più grandi fotografi a livello internazionale. Quest’anno Policastri ha vinto il premio Franco Costabile ispirandosi al tema della solitudine (Passi nella solitudine), caro al poeta calabrese.

Si può fotografare la solitudine? Come?
La solitudine è uno stato dell'animo, un sentimento vissuto soggettivamente, si può essere soli anche in mezzo alla gente o non sentirsi soli in mezzo al deserto, spesso è la nostra espressione a tradirla, la nostra postura, il nostro sguardo. Tutto questo può certamente essere colto dall'obiettivo,ovviamente bisogna avere la capacità di riconoscerla e di fermarla su di un fotogramma.
Ma ci sono anche altri modi per esprimere fotograficamente la solitudine, per esempio ritraendo tutto ciò che la rappresenta simbolicamente. In ogni caso dipende molto dal vissuto interiore di chi fotografa, da ciò che pensa e prova nel momento in cui scatta, da ciò che intende trasmettere o semplicemente fermare nell'immagine tenendo comunque presente che spesso la lettura della stessa può essere molto individuale.

Quale è il rapporto tra solitudine e ambiente?
In un certo senso ho già in parte risposto, dipende da ciò che rappresenta per noi un dato ambiente. Ci sono ambienti che classicamente ci evocano la solitudine, ma anche il deserto per un beduino rappresenta solo il proprio abitat normale nel quale si trova perfettamente a proprio agio.

Nelle tue foto sono presenti animali (cani, gatti) e bambini: anche loro soffrono di solitudine?
Certamente ! Ogni essere vivente che per natura è parte di un'organizzazione sociale è portato a soffrirne ogni qualvolta l'equilibrio dei propri rapporti si altera per un motivo o per un altro. ( Lo sradicamento è uno di questi ).

La fotografia è una strategia di fuga?
Si. Con ciò non voglio dire che è solo questo, ma lo è certamente, come ogni mezzo che permette di esprimere la propria creatività.

Avresti potuto fotografare la solitudine a colori? Se no, perché?
Perchè no. A volte il bianco e nero può sottolineare un'atmosfera di tristezza. Culturalmente evoca nostalgia solo per il fatto che rappresenta molto il passato, ma come dicevo prima sono altre le cose che raccontano la solitudine.

C’è differenza di rendimento tra la fotografia digitale e quella tradizionale?
Oggi, grazie al digitale è diventato molto facile ed immediato produrre immagini, questo è un vantaggio se non altro perchè è alla portata di tutti, ma per lo stesso motivo ci si è allontanati dalla vera fotografia nel senso che si pensa sempre meno prima di scattare. Io utilizzo entrambi, il digitale rappresenta comunque il futuro e bisogna adeguarsi, l'analogico ha tutto un altro fascino. Penso inoltre che chi inizia adesso, direttamente col digitale faccia più fatica a capire gli elementi basilari della fotografia. Da un punta di vista tecnico poi ci sono pro e contro, ma è un discorso davvero lungo.


Ogni fotografia di Policastri costituisce un unicum perfetto e irripetibile per composizione, stile ed effetti della luce. E i passi? Sono danzanti, leggeri, danzanti, musicali, all’unisono come nel caso dei due bambini o dei due uomini ripresi dall’alto, stanchi, come quelli della donna anziana ripresa di spalle o ancora languidi e abbandonati come quelli della giovane donna di notte al chiaro di un faro. Oppure non ci sono per nulla, sono passi assenti, fermi, statici, anch’essi emblemi di fatica. Spesso poi non c’è bisogno di riprendere l’intera figura umana: basta un paio di pantofole o di scarpe che sbucano da dietro un muro o un paio di gambe appoggiate ad un bastone per arrivare all’insieme, il potere di astrazione è assoluto, notevole, l’incanto dell’universalità raggiunto. Le finestre socchiuse rappresentano il detto e il non detto, ciò che poteva essere e non è stato, la possibilità d’una comunicazione e d’un’accoglienza che si sono auspicate ma non realizzate.

Fausta Genziana Le Piane



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