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Le interviste di Fausta Genziana Le Piane

A Orvieto, nella suggestiva cornice del Teatro Mancinelli Corrado Calabrò parla d’amore: "La penuria di te mi affolla l’anima"

Esser rapiti come per incantamento? Sì, è possibile: attraverso la gestualità e la fisicità di Daniela Barra, le note del pianoforte di Giovanni Monti, la voce di Walter Maestosi e le poesie d’amore di Corrado Calabrò.

Il silenzio avvertito nel corso del recital-spettacolo intitolato “Il respiro dell’amore” da Poesie d’amore di Corrado Calabrò, Newton&Compton Editori, che si toccava col cuore nel Teatro Mancinelli di Orvieto lunedì 21 febbraio, indicava che veramente il pubblico era sedotto dall’insuperabile performance del trio sul palcoscenico. Sembrava che il mare ed il vento fossero lì sulle tavole del palcoscenico a riportare memorie e miti…

La manifestazione si è svolta su iniziativa del Prefetto di Terni Gianni Ietto (gran promotore di eventi culturali nelle varie sedi in cui è stato: Mantova, Salerno, Potenza) ed è stata organizzata dall’assessore agli eventi valentiniani di Terni nonché dal sindaco di Orvieto. Il recital è, inoltre, nel repertorio itinerante di Walter Maestosi, Daniela Barra, Giovanni Monti. E’ già stato dato a Roma, Teatro Argentina, a Frascati, a Bari, a Terni, a Cagliari e il 12 marzo sarà eseguito ad Avellino.

Lo spettacolo è apparso movimentato nelle sue parti. Alle letture dei testi di Calabrò da parte di Daniela Barra e Walter Maestosi, si sono alternate canzoni, quali Tenderly e Summertime, rese indimenticabili dalla voce cristallina della giovane attrice, e poemetti quale L’esorcismo dell’Arcilussurgiu in cui “l’immaginazione si sfrena in modi di conquista barbarica, in contorsioni della fantasia, in azioni misteriche” (Gerosa). Qui, in particolare l’interpretazione della Barra che, nella parte della strega ha dato il meglio di sé, è stata magistrale.

Del canzoniere d’amore - questo differenziale di energia - di Corrado Calabrò, del suo viaggio per mare, “dunque nel rischio e nella mutevolezza”, come afferma Elio Pecora, della donna cantata, bellissima e sfuggente, della Calabria, dei quattro elementi naturali presenti nella sua opera - soprattutto dello scudiscio del vento inquieto - molto si è detto e da autorevoli critici quali Maria Luisa Spaziani, che ha curato la prefazione alla raccolta Lo stesso rischio, Elio Pecora, Carlo Bo, Domenico Rea, Pietro Cimatti e soprattutto Dante Mafia che con un corposo saggio riassuntivo della critica su Calabrò apre la raccolta Una vita per il suo verso, Mondadori, 2002.

Pertanto, desidero solo soffermarmi su alcune metafore che, anche se apparentemente distanti, riconducono l’una all’altra e insieme ad un’unica immagine, quella dell’acqua- mare.

La presenza dell’acqua nell’opera di Corrado Calabrò e il suo significato sono stati approfonditamente studiati. Essa è congiunta talvolta a quella di sorgente, riferita, per esempio, e giustamente, alla figura materna: la sacralizzazione delle acque è universale, poiché costituiscono lo sgorgare dell’acqua viva che purifica. L’acqua che la sorgente elargisce è, come la pioggia, il sangue divino, il seme del cielo, è sinonimo di maternità. Ricordiamo che presso i Galli, le sorgenti erano divinità con proprietà soprattutto di guarire le ferite e rianimare i guerrieri morti. La sorgente simboleggia l’avvio di ogni felicità, di ogni bene ed è immagine dell’anima, intesa come vita interiore e energia spirituale.

E’interessante notare come, nella poesia appena ricordata, la madre è assimilata, e non a caso, alla sorgente, ma anche all’acqua di roccia. Il Poeta aderisce alla madre, come ragazzo aderiva ansimante allo scoglio. Che altro non è, che appoggio, consenso alla donna, al femminile, alla Natura.

Si legga Un sasso nell’acqua, ove si trova singolarmente l’allusione alla verità che gioca con un gatto ed è ripetuta più volte la parola ciottoli. Gli scogli, macigni confinari della costa (In attesa d’imbarco) sono per chi siede tra essi come un masso, veramente sinonimi. Ora, il simbolismo della roccia comporta aspetti diversi di cui il più evidente è quello dell’immobilità, dell’immutabilità. Il senso della roccia è opposto alla cascata, alla sorgente come il principio attivo ed il principio passivo, il maschile ed il femminile: ricordiamo la roccia del deserto, da cui Mosè fa zampillare la sorgente, fontana di vita.

Il poeta che ha assunto il gatto a propria immagine è Charles Baudelaire che gli ha dedicato varie poesie de Les Fleurs du Mal (Le chat, Le chat, Les chats): il gatto passeggia nel cervello del Poeta, come se fosse nel proprio appartamento, e anche sul suo cuore amante. Non possiamo dire che nell’opera di Calabrò gli animali vanno e vengono con una certa regolarità come in quella del poeta francese che presenta al contrario una serie uscita dal serraglio romantico (il topo, lo scorpione, il serpente). Tuttavia nelle liriche di Calabrò troviamo un bestiario rappresentato da serpenti disincantati (Il dono di Pandora), pipistrelli natanti (Vulcano), rondini basse (In un lago rappreso), cicale impazzite (Apnea) fino ad arrivare a Il sorriso del gatto. Se Baudelaire è affascinato dalla voce, dallo sguardo del gatto, Corrado Calabrò è ammaliato dall’atteggiamento arcano, sornione e dolce dell’animale fino a farne la metafora dell’isola di Montecristo: qui l’immagine del gatto entra in quella di roccia che a sua volta entra in quella dell’acqua. Montecristo è il monolito che emerge al diradarsi della bruma: si svela e sta come un masso in mare Montecristo. E quale gatto ricordare se non quello di Alice nel paese delle meraviglie? Montecristo è una fortezza di solitudine, stabile, rassicurante nel fluire delle onde.

Quest’immutabilità è quella della Natura, dello scorrere dell’esistenza umana, del poeta. “Il sasso è la monade, l’anima che si chiude in se stessa - confessa Calabrò -, che non si apre al rapporto con l’altro: “Palpo il tuo viso chiuso come un sasso./Ma non mi viene in mano uno scalpello/ così tagliente da scalfirti l’anima,/ che porti levigata come un ciottolo/.A grandi passi fermi t’allontani,/ quasi una dea che sta uscendo dal marmo.


Rigenerazione

Madre, acqua di roccia
in cui ritempro
la carica esaurita.

Appannati ritrovo i tuoi occhi
ma non è fioco lo sguardo profondo
che come una sorgente li fessura


Fausta Le Piane


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