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Magia
 
Magia popolare. Erbe e sortilegi

 

Prima del IX secolo, data che segna un momento importante nella scienza medica, il potere curativo delle piante era illimitato e, a detta del popolo, quasi miracoloso, ma l'effettivo potere benefico delle erbe si avvaleva in gran parte delle qualità "simboliche" delle diverse essenze vegetali e di una salda fede religiosa. Per risultare valide alcune particolari cure avevano bisogno di piante raccolte in una notte senza luna, o nel giorno dell'Ascensione o nella notte di San Giovanni Battista, momenti in cui l'ordine delle cose appare turbato e instabile. La capacità di un'erba medicinale di guarire o di uccidere corrisponde perfettamente al duplice volto della strega che sa fare il male ma che può fare anche il bene, Ancora oggi nella preparazione di molti farmaci vengono usate piante velenosissime di sempre associate ai sortilegi delle streghe come la belladonna e il giusquiamo. Le antiche credenze popolari calabresi affiancano alla natura delle piante medicinali un funesto richiamo simbolico e religioso; il loro effettivo funzionamento è dato da un numero elevato di fattori cui non sono estranei la partecipazione emotiva e il transfert che si andava ad instaurare tra malato e guaritore. Una serie di norme igieniche accompagnava il mondo contadino, come il guardarsi da particolari cibi o da particolari situazioni climatiche, ma altri fatti, di natura squisitamente simbolico-rituale, entravano a far parte del costume e del comportamento della gente del popolo. Molti erano i "tabù" a cui si sottoponevano e ciascuno aveva un valore che a prima vista può sfuggire all'osservatore disattento: non si doveva guardare l'arcobaleno, non si dovevano contare le stelle, non si dovevano tagliare le unghie di venerdì, non si doveva passare sotto le canne, non si doveva bruciare il giogo dei buoi, non si doveva tenere il bucato esposto all'aria della notte, le donne gravide non dovevano tenere appese al collo le matassine di filo che usavano per cucire. A una visione disattenta questi precetti possono apparire superstizioni insensate, ma basta scorgere in essi le simbologie di vita e di morte che contengono, per comprendere che sono immagini di un mondo che dà ordine e valore alle cose: l'arcobaleno congiunge la terra col cielo, rappresenta territori che solo ciò che è eccezionale può tenere insieme, ma che sono destinati a rimanere distanti; le stelle del cielo sono come gli anni della vita di un uomo, è pericoloso e inutile cercare un numero preciso e volerlo conoscere: le matasse del filo rappresentano, come nelle Parche della mitologia greca, la vita, che può essere recisa in qualunque istante dal destino: una donna gravida, piena di un'altra esistenza, non può portare sul suo corpo un oggetto di tanta pericolosa simbologia. Oltre a queste norme, i pastori e i contadini della Calabria si affidavano a donne considerate “magare” e guaritrici nei momenti in cui una malattia li minacciava: regole rituali ed erbe medicinali erano gli strumenti attraverso i quali si cercava una guarigione dal male. Ecco come la medicina popolare ha elaborato una prassi e una farmacopea con le quali far fronte alle malattie più comuni:

Costicelli caduti.
Sono le febbri dei bambini causate da strapazzo e apparentemente senza altra causa. Per curarle le madri ponevano i bambini sulle ginocchia sfregando con le mani le costole e le spalle e ungendo il petto con olio caldo e foglie di cavolo riscaldate e spalmate di cenere.

Verminazione.
Per i bambini che avevano vermi nelle feci si usava porre aglio schiacciato e foglie di menta sull'ombelico e le stesse erbe venivano fatte ingerire in decotto.

Tosse convulsiva.
Il rimedio erano decotti di orzo, malva e fichi secchi a cui si aggiungeva il papavero.

Dolore al ventre.
Venivano somministrati decotti di camomilla e alloro e tabacco da fiuto posato sull'ombelico del malato.

“’U pilu d'a minna”.
Si tratta dell'occlusione del condotto mammario e produce dolore e febbre forte: veniva curato con olio caldo spalmato sulla mammella e foglie di cavolo appassite sul fuoco.

“Li serchi”.
Sono le ragadi delle mammelle, curabili con foglie di mirto pestate e impacchi di scorza di quercia e vite: era utile ungere il seno con burro e cenere.

’U latti perdutu”.
Per le donne che perdevano il latte era suggerito il brodo di borragine. Se il latte continuava a mancare il rimedio sovrano era il brodo di razza e di polpo.

“Chilladintra”.
Era il nome dato a una forma d’isteria che colpiva essenzialmente le donne: veniva curata con decotto d'anice misto a camomilla.

“'U mali di l'arcu”.
Per questa forma di epatite le cure erano molteplici; prima fra tutte gli scongiuri di un prete, seguiti dal decotto di foglie di olivo, lupini amari e urina di vergine. Altro rimedio erano il fiele del riccio e le ragnatele unite al decotto di gramigna, alla verbena in cataplasmi e allo sterco di capra.

“I jacchi a li mani”.
Sono le screpolature che si procuravano le donne raccogliendo a mani nude le foglie dei gelsi per allevare i bachi da seta; si curavano ponendo sulle ferite foglie di olmo miste a fuliggine.

“Raggia canina”.
L'idrofobia si curava con i peli del cane che aveva morso posti direttamente sulla ferita o, nel caso che ciò non fosse stato possibile, si ricorreva al ferro rovente col quale si bruciava in profondità la parte morsa.

“Frevi di malaria”.
Le febbri malariche venivano curate con radici di quercia, sambuco e genziana. Spesso le guaritrici, nei casi più gravi, facevano ingerire vermi e ragni e persino teste di serpente.

“Vucca malata”.
Per le afte della bocca il rimedio sovrano erano i decotti di salvia e veronica.

“Muzzicuni di rijlli”.
Gli uomini morsi dai serpenti dovevano legare strettamente la parte e accendere sulla ferita un gran numero di zolfanelli.

Le guaritrici che conoscevano questi segreti avevano potere anche sugli animali. Si diceva che alcune donne avessero il potere di "'legare i cani", cioè che fossero capaci, pronunciando alcune formule magiche, di ridurre i cani all'impotenza bloccandone i movimenti. Lo stesso potere poteva aversi anche con animali diversi: era abitudine nelle fiere che alcuni girovaghi si guadagnassero da vivere facendo gli incantatori di serpenti. Questo potere, secondo la tradizione, veniva direttamente da san Paolo e coloro i quali erano capaci di compiere queste imprese venivano chiamati "sanpaulari” ed erano richiesti dai contadini quando si pensava che un podere fosse infestato dai serpenti. Alcuni paesi erano particolarmente famosi per la presenza di "magare", fattucchiere molto potenti capaci di esercitare anche la magia nera: esse erano soprattutto delle vecchie vedove sole che vivevano lontano dall'abitato. Le streghe erano in grado di gettare addosso la "magheria" attraverso filtri e parole magiche compiendo le loro pratiche anche a pagamento. Le donne spesso si rivolgevano alle magare per legare a sé un uomo utilizzando come strumenti spilloni, capelli e sangue mestruale.

 

 

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