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Credenze popolari
Le credenze popolari ed i rimedi empirici
prof. Antonio Tagarelli
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Medicina popolare
Quando ancora non erano nel dominio della farmacopea la china e i chinacei, la medicina popolare era dominata dal concetto che non vi fosse pianta che non potesse curare utilmente qualche malattia. Un aforisma della Scuola Salernitana affermava: contra vim mortis non nascitur herba in hortis, ponendo così la morte come solo limite all'impiego dei rimedi apprestati dalla medicina delle piante. Delle tante specie usate dalla medicina popolare, solo alcune avevano un'azione specifica e accertata scientificamente sulla malaria, quali il bergamotto, il lupino e la verbena.
Quest'ultima era dotata di un'azione antitermica particolarmente superiore a quella della stessa china, mentre quasi tutte le altre avevano una normale azione antitermica o diuretica. Largamente usati erano gli amaricanti, come le radici di granato amaro, la felce maschia, l'ulivo selvaggio (detto ogliastro), il leandro, la corteccia di quercia e del salice, l'infuso di semi di lupino sativo, l'artemisia arborescente (detta erba jianca), il millefoglio, conosciuta in provincia di Cosenza con i nomi di erba teriecala ed erba cuntra velenu.Contro una delle maggiori complicazioni della malaria, la cirrosi del fegato con consecutiva idropisia (oprìcia, acqua nt'a panza), ampio uso trovavano diuretici locali quali la scilla (Scilla maritima, volgarmente detta cipudazza) e la parietaria (Parietaria officinalis, volgarmente detta erba di muru). Il rimedio ritenuto prodigioso dal popolo era la Centaurea minore o brudulija nota in altre provincie italiane con il nome di caccia febbre o biondella. Di essa si usavano le sommità fiorite contenenti un principio amaro ed una sostanza acre che le fecero acquistare tanta celebrità fra i medicamenti popolari. Taluni adoperavano come succedaneo della Centaurea minore il Sedum acre detto anche fiele di terra ed in altre provincie detta erba pignola.
Nelle ostruzioni ipertrofiche della milza, conseguenza immediata delle febbri palustri, si praticavano le cure più strane e disparate delle quali alcune innocue e fantastiche, altre non solo inutili ma anche nocive. Innocuo era appendere un articolo (paletta) di fico d'India al fumaro, cioè al soffitto in vicinanza del camino del focolare e ritenere che, a seconda della dimensione che l'articolo assumeva perdendo volume disseccandosi, così diminuiva di volume la milza dell'ammalato. Nociva, invece, era l'indicazione di masticare il tabacco ed inghiottire la saliva. Più nocivo ancora l'uso della catapuzia (Euphorbia latyrus L.) detta catacozza. Molto usati erano anche gli eccitanti di ogni genere, dal pepe di Cajenna alla senape, dal vino al liquore più forte che si potesse trovare. Non mancò chi dava per la cura delle febbri malariche astruse quanto inutili ricette. Marafioti da Polistena nelle sue ben note Croniche et antichità di Calabria svela un

secreto medicinale molto nobile… dunque il secreto è questo, s'alcuno patisse il freddo cotidianamente, ovvero harrà terzana o quartana, prenda la celidonia, e tritata nel mortaio la metta dentro un vaso per quattro o cinque giorni, finchè si corrompa, doppo la facci destillare nell'alambicco, e l'acqua alambiccata si dia a bere al patiente con altrettanto d'acqua vite mescolata insieme, ch'in due o tre volte diverrà sano perfettissimamente; però questo rimedio sana i pazienti del freddo, ma se l'acqua della celidonia sarà distillata tre volte sanerà la terzana, e se sarà distillata quattro volte sanerà la quartana.

Infine, affermava Francesco Genovese

E la gente credeva e moriva!…
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