Parte consistente del potere politico ha gestito la cosa pubblica con la pratica del clientelismo, dell’affarismo, della corruzione. Queste vie - politiche e istituzionali - si sono ben presto incrociate con quelle della ‘ndrangheta che andava sempre di più accentuando la sua caratteristica di organizzazione di potere politico e di potere economico. La politica, in determinate situazioni, svolgeva le funzioni di cerniera tra affari e mafia calabrese.
L’ascesa della ‘Ndrangheta aveva avuto inizio sin dalla metà degli anni sessanta, con l’avvio dei lavori per l’autostrada del sole nel tratto che collega Salerno a Reggio Calabria. Le grandi imprese del Nord vincitrici degli appalti contattarono direttamente i capibastone e con loro stabilirono il pagamento della mazzetta in cambio della protezione dei cantieri, l’assunzione degli ‘ndranghetisti come guardiani, l’inserimento di ditte mafiose nei subappalti, la fornitura di materiale inerte e il trasporto dello stesso. Quel modello sarà seguito negli anni successivi.
A metà degli anni settanta si introduce una novità significativa: i capibastone più influenti decidono di entrare nella massoneria, in particolari logge coperte. La decisione era dettata dalla necessità di entrare in rapporto con il mondo delle professioni, largamente rappresentato nelle logge massoniche, per avere un contatto diretto con questi ambienti e per trovare una corsia preferenziale per gli affari. La decisione di entrare nella massoneria determinò una modificazione nella struttura della ‘ndrangheta con la creazione di un livello superiore di comando che coinvolgeva l’élite mafiosa denominato Santa. I "santisti" erano autorizzati ad intrattenere rapporti con ambienti con i quali un tempo era assolutamente vietato avere qualsiasi tipo di contatto, a cominciare da carabinieri e poliziotti. Molti capibastone diventarono confidenti delle forze dell’ordine creando un rapporto vischioso e ambiguo. Ciò spiega la frequenza con la quale ricorre, nelle informative di polizia e dei carabinieri, la formula "fonte confidenziale".
L’inizio degli anni ottanta segna l’apertura di una nuova fase. I termini del rapporto tra ‘Ndrangheta e politica mutano radicalmente. La ‘Ndrangheta non si limita più a votare per candidati amici, ma entra direttamente in politica, vota per se stessa. Il caso più clamoroso si registrò nel 1983 a Limbadi dove vinse le elezioni uno che era latitante quando si scrutinarono le schede.
Che in quel decennio fossero in atto mutamenti rilevanti nel rapporto tra ‘ndrangheta e politica lo si capiva dal numero di sindaci uccisi in provincia di Reggio Calabria, alcuni dei quali non certo perché si erano battuti contro la ‘ndrangheta.
Con tutta evidenza era in corso un tentativo di sostituzione di quegli uomini con altri che erano espressione più diretta delle ‘ndrine.
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