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Speciale Col - Piaghe di Calabria
Cos'è l'emigrazione
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Cos'è l'emigrazione. Fenomeni migratori in Calabria
Gli emigranti calabresi, prevalentemente braccianti, costretti all'espatrio dalla povertà,erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro e anche a stabilirsi definitivamente all'estero, nelle terre d'oltremare.
Di certo, in seguito alla crisi agraria degli anni ‘80 (2) ed al crescente entusiasmo per l’ America, l’emigrazione fu vista come un taglio netto alla vita di stenti, nata come un bisogno e cresciuta come desiderio, l’emigrazione era considerata un fenomeno che stava portando solo benefici.
Con questa prospettiva, molte persone si diressero verso l’America per comprare terra e casa in Italia, rimpatriando con un nuovo ceto sociale. In effetti, i nostri antenati, abbandonando le loro famiglie, spinti da uno spirito imprenditoriale, hanno fatto dell’Italia un paese più all’avanguardia. Al tempo dei Borboni l’emigrazione era considerata un’impresa d’ uomini straordinari e ricchi, ma in seguito all’unità d’Italia, fu considerata come un riscatto da parte dei poveri.

Gli emigrati erano, in gran parte, giovani uomini, provenienti da colline e montagne, affiancati da uno scarso numero di persone provenienti dai capoluoghi. Alcuni ritornavano dopo tre o quattro anni, altri tornavano per comprare terre e ripartivano quasi subito. La classe dei braccianti agricola era quella più decisa a partire, e poteva contare sulla solidarietà paesana e familiare.
Da calcoli effettuati sulla base dei passaporti rilasciati dalle prefetture, dal 1876 al 1915 i calabresi contribuirono con 880.000 unità. Ma a questo cifre ufficiali va sommata anche la quota di emigrazione clandestina.
L’emigrazione calabrese fu prevalentemente transoceanica, perché il viaggio in treno costava più della traversata oceanica.
La nazione che ospitò la maggior parte degli immigrati calabresi, fu l’Argentina, seguita dal Brasile e Stati Uniti che, con l’inizio del 900, questi ultimi divennero il sogno di chi andava in cerca di fortuna.
A queste perdite effettive, si devono aggiungere i danni derivati dal dislivello creato nella popolazione tra maschi e femmine. Fortissimo quello del primo periodo (Ottocento- Primo Novecento) quando gli uomini che emigravano rappresentavano l'85% e le donne solo il 15%. Un po' meno nel secondo periodo (a destinazione europea) con una proporzione del 65 % uomini e del 35 % donne.


(2) A seguito della "tabula rasa" applicata al principale centro finanziario del meridione ne venne pressocchè annullata la borghesia imprenditoriale. Il razzismo anti-meridionale che si diffuse nel decennio seguente sull'onda delle teorie di Cesare Lombroso fu una vera e propria pseudoscienza dell'epoca, e aumentò la diffidenza del Nord Italia verso gli uomini del Sud, pregiudizio che si diffuse anche agli altri stati d'Europa e del mondo (in Usa i settentrionali venivano fatti sbarcare dal lato riservato ai "bianchi", i meridionali da quello riservato ai "non-whites"). Tutto questo portò fin dai primi anni dell'unità uno scarto produttivo drammatico del Sud rispetto al Nord e vedrà il fallimento di numerosi tentativi di soluzione, dalle repressioni avviate dallo stato unitario fino all'assistenzialismo dell'Italia repubblicana con la Cassa del Mezzogiorno.
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