Il boom economico è un periodo storico di forte crescita economica per l’Italia, compreso indicativamente tra gli anni 1950 e 1960. In questo periodo si innescò, in Italia, una fase di rapida trasformazione delle strutture economiche e sociali, ma quel “miracolo”ebbe due facce. Si conseguirono, infatti, obiettivi ritenuti incompatibili: da un lato, aumento degli investimenti, stabilità monetaria ed equilibrio della bilancia dei pagamenti e, dall’altro, un grave peggioramento della distribuzione del reddito, il boom delle emigrazioni, l’accrescere del divario Nord- Sud.
Al Sud, in particolare, l’intervento pubblico, centrato essenzialmente sulle grandi opere infrastrutturali, contribuiva poco a creare occasioni di lavoro stabile per una manodopera che ormai sempre più raramente riusciva a trovare di che vivere nelle campagne. Si verificò, dunque, un inurbamento nelle città del centro – nord, mentre nelle regioni meridionali la speculazione edilizia diventa una vera e propria forma di ricchezza.
Fortissimo fu il richiamo delle grandi città del nord Italia e del centro Europa, dove la possibilità del lavoro nella fabbrica moderna implicava la possibilità di uscire dall’isolamento rurale e godere della socialità e dei servizi delle grandi città. Nel contempo, però, non può non considerarsi il ruolo dello sviluppo industriale nelle regioni del Meridione, dove cospicua fu la presenza di medie e piccole industrie locali (soprattutto nel settore alimentare, del materiale per l’edilizia e della chimica e petrolchimica). L’industria chimica e petrolchimica, cui si è fatto cenno, furono caratterizzate dalla presenza di grandi monopoli pubblici e privati,da una modesta capacità di assorbimento di lavoro, oltre che da una mancanza di collegamento col tessuto economico e con le imprese locali. Se al Sud era presente la localizzazione di molti impianti industriali, vero è che essi operarono sotto la direzione rigorosamente settentrionale.
Emigrazione nelle città, imposizione del modello consumistico e maggior reddito disponibile contribuirono a determinare un’importante trasformazione del rapporto uomo- donna. Per le donne (del Sud in particolare) l’entrata nel mondo del lavoro, sia pure in posizione svantaggiata rispetto agli uomini, rappresentò una forma di emancipazione, nonché un canale di autonomia finanziaria. Se vivere in città distruggeva, per certi versi, tutto il positivo della vita sociale rurale, per i giovani diminuivano le costrizioni e si allargavano gli spazi di libertà. Furono anni, questi, in cui il Mezzogiorno partecipò pienamente all’esplosione dei consumi di massa che segnarono non solo l’uscita della povertà, ma un vero e proprio salto nella qualità e nei modi di vita, con conseguenze sull’organizzazione della vita familiare e sociale. Furono, quindi, anni di grande espansione e di straordinarie trasformazioni degli stili di vita, annoverando, tuttavia, tra le conseguenze negative dello sviluppo economico italiano, l’incremento del divario tra il Nord e il Sud. La SVIMEZ, cioè l’Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, pone il problema meridionale come una questione a carattere nazionale da risolvere con una politica di pianificazione economica: incentivando la nascita di un tessuto industriale anche al sud, chiarisce l’idea che il Mezzogiorno non era un costo, ma un vero e proficuo investimento anche per il Nord. Al risanamento dell’economica del Sud contribuì anche la Cassa del Mezzogiorno, nata con la legge dell’ottobre 1950. Si faceva strada l’idea di un cambiamento e questo fu senza dubbio un aspetto positivo di quel “miracolo”che, per molti versi, in Calabria non si è pienamente realizzato.
La Calabria di oggi ha bisogno di un effettivo cambiamento, ha bisogno di grandi risorse e di grandi idee,che non rimangano tali, ma trovino una loro realtà in una terra capace di offrire ai giovani la possibilità di porre le basi per costruirsi il proprio futuro.
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