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Speciale Col - Mari di Calabria
Storia delle Marinerie Calabresi
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Schiavonea
Schiavonea viene fondata dall’imperatore bizantino Basilio il Macedone nell’885, allorché questi insedia nella zona un nucleo di Schiavoni e da qui, presumibilmente il nome. L’affermazione è, quanto meno, frutto di un felice intuito, mentre la mancanza di documenti fa sentenziare ad alcuni storici la fantasiosità della notizia e la tesi che lega la denominazione di Schiavonea all’apparizione in quel luogo della Madonna (1648).
Tuttavia due documenti datati, uno 1141 e l’altro 1227 attestano che gli Schiavoni abitarono per lunghi secoli il villaggio, fatto di capanne di fango, erbe e legname (pagliari), vivendo di pesca.
Nel sec.XVII, Schiavonea veniva chiamata “Cupo”, nome derivato dalla zona dove una volta sorgeva la citta’ di Thurio, che i romani chiamavano “Copiae” che significava abbondanza di prodotti agricoli.
Molto più tardi, col nome “cupo” si indicava la zona tra il torrente “Malfrancati” ed il torrente “Coriglianeto”. Era, questa, una zona che presentava un terreno pantanoso comprendente poche case. Queste ultime erano le abitazioni dei pescatori (ci si riferisce ad un periodo antecedente al 1870) ed erano fatte di paglia, fango e mattoni, ad un solo piano con una o due stanze, senza il bagno. Non c’era luce elettrica e la sera si accendevano i lumi e le candele.
Le poche strade esistenti erano di sassi e conducevano tutte al mare. Vi erano pochi negozi che vendevano lo stretto necessario e due volte l’anno si faceva il mercato.
I primi abitanti di Schiavonea si dedicavano solo alla pesca e al commercio del pesce ma, poiché non era possibile per tutti lavorare sul posto, i pescatori riuniti in Cooperative per usufruire delle previdenze sociali, erano costretti ad allontanarsi da Schiavonea con le loro barche a remi prima, a motore poi, e rimanere lontani dalle loro famiglie per lungo tempo.
Le prime famiglie di pescatori che abitarono la marina di Schiavonea provenivano da Acquappesa e Fiumefreddo. Proprietari di un gozzo, (“u Vuzzji”), andavano a pesca intorno alle cinque del mattino, si allontanavano dalla riva non più di 20-30 metri (la pesca era abbondantissima) e facevano ritorno intorno alle dieci, dove a riva c’era ad attenderli qualcuno che era sceso dal paese intenzionato a comprare all’ingrosso il pesce.
La rete che usavano per pescare era “u scabachielli” e al proprietario della barca spettava sempre un terzo del pescato.
Nei periodi più freddi i pescatori andavano anche a lavorare nei campi e la sera amavano riunirsi in qualche cantina dove si giocava a carte e si beveva vino.
Era una vita di stenti e di miseria, dove si riusciva appena a comprare il pane e la pasta, raramente si comprava la verdura e la carne era solo carne di suino.
Dell’equipaggio faceva parte anche il mozzo, il quale aveva il compito di lavare l’imbarcazione, strofinare il grasso di maiale sulle falanghe e usare lo stesso unito ad un po’ di canapa (stoppa) per chiudere i buchi dell’imbarcazione( i buchi venivano aperti per far uscire l’acqua quando l’imbarcazione veniva lavata).
Le barche venivano tirate a mano con le puleggie di cui una era fissa sull’imbarcazione e l’altra veniva fissata sul terreno. Fu negli anni sessanta che si introdusse l’argano che raccoglieva la corda che tirava la barca tramite un palo di legno.
Le donne, mogli dei pescatori, molto spesso anche loro si imbarcavano con i mariti, prestando le stesse attività degli uomini.
Non c’era rivalità tra i pescatori ma solo una sorta di diffidenza nei riguardi del paesano (il coriglianese del centro storico, poiché quasi tutte le famiglie dei pescatori provengono da paesi diversi).
Ancora oggi la cultura e le tradizioni degli abitanti di Schiavonea sono fortemente legate al mare: seguendo il “lungomare” fino ad arrivare al porto, non è difficile incontrare qualche vecchio pescatore intento a districare le reti di un amico più giovane di ritorno dalla pesca.
Sono proprio i più anziani a raccontare curiosità ed aneddoti della loro vita, vissuta come una continua sfida con il mare. Quasi tutti narrano di essersi imbarcati per la prima volta molto giovani, qualcuno da bambino (7-8 anni) e che i loro primi compiti erano: pulire la barca e controllare che i balenotteri non andassero a mangiare i pesci intrappolati nella rete.
Ricordano i tempi in cui non c’erano strumentazioni di bordo, le bussole costavano un soldo, l’illuminazione era a carburo e si doveva battere sui secchi per far rumore durante le notti di nebbia, per spaventare i pesci.
Ogni pescatore aveva un soprannome ed era conosciuto solo con quello, tanto che a volte veniva dimenticato il suo vero nome.
La vita di mare non era facile, si partiva di notte per rientrare a giorno fatto e non c’erano momenti di riposo, poiché anche le ore libere erano impegnate per cucire le reti più piccole, mentre quelle più grandi venivano lavorate dalle donne.
Una volta tornati a terra, cominciava il mercato quotidiano del pesce e questa tradizione si è ancora tramandata soprattutto per quel che riguarda la piccola pesca.
Oggi i pescatori si sono organizzati in maniera diversa, comprando dei pescherecci che danno la possibilità di lavorare ad un maggior numero di persone, e contemporaneamente una maggiore sicurezza a coloro che devono affrontare i pericoli del mare.
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