A partire dal Medioevo,
divenne la città più grande del Tirreno cosentino; si costruivano barche (galee) che venivano
acquistate non solo dalle vicine marinerie, ma anche dai re che governarono durante il Regno delle
Due Sicilie. Tra la fine dell’ottocento e inizio novecento, scopriamo ancora fiorente l’industria delle
reti da pesca, dove le donne cetraresi s’industriavano filando lo spago per le reti e a volte anche
costruendo alcune parti delle reti stesse.
In definitiva, l’importanza di Cetraro era dovuta alla pesca e ai contatti che aveva con le altre città
marinare e in modo particolare con Messina, Salerno, Napoli.
I pescatori erano impegnati anche a trasportare con le loro barche merci (seta) e persone (messi
comunali e monaci).
La tassa (gabella) del pesce rappresentava, per il bilancio comunale, una delle maggiori entrate
anche se il pagamento non era ben accettato dai marinai. Allo Stato, tuttavia, non interessava la
miseria e il duro lavoro (molti dei quali morivano giovanissimi) della categoria alla quale richiedeva
il contributo.
I rapporti tra il capociurma e i marinai che lavoravano con lui erano abbastanza buoni, anche perché
il primo era dotato di un notevole senso di giustizia e di un alto senso di solidarietà sociale.
Le forme di solidarietà si manifestavano in tanti modi: se un pescatore si ammalava veniva
considerato parzialmente presente, ricevendo o una metà di soldi, oppure dando alla moglie parte
del pescato che avrebbe venduto o barattato.
Ai pescatori, di solito venivano associate le “ricattiere”, donne addette alla vendita del pesce fresco
e salato. Erano quasi tutte madri, sorelle e mogli di pescatori. Questi ultimi instauravano rapporti
anche con rigattiere a cui non erano legati da vincoli di parentela in modo da assicurarsi un maggior
numero di clienti, soprattutto in caso di pesca abbondante.
La ripartizione del ricavato dalla vendita del pesce, avveniva in modi diversi a seconda della rete
che si impiegava. Per esempio, se si pescava con la tartana, al capobarca spettavano due parti, per
cui se i pescatori erano quattro, l’importo veniva diviso in sei parti (4+2). Se si pescava con la
sciabica, al padrone spettava 1/3 del ricavato. Pescando col ciancialo, al padrone spettava la metà
del ricavato. Il contabile della ciurma era un pescatore che annotava su un quadernino (libretto) le
partite di pesce venduto.
Le reti dovevano essere costruite in maniera armonica, per evitare che anche piccoli difetti si
ripercuotessero negativamente sulla pescosità. Precisa doveva essere la distribuzione dei sugheri e
degli anellini di piombo, in modo che la rete non risultasse né troppo pesante, né troppo leggera.
Non era l’ideale pescare durante il periodo di luna piena e si aspettava il periodo di “scuru” per
pescare soprattutto il pesce azzurro.
Anche le donne aiutavano i loro mariti, marinai che nonostante tutte le precarietà che il loro
mestiere comportava, si sentivano uomini liberi, lavoratori che nessuno riusciva ad assoggettare, in
piena armonia con le forze della natura, con la sola idea di “strappare” al mare il necessario per
poter sopravvivere.
Una parvenza di cambiamento, la troviamo a partire dal Novecento, quando molti a Cetraro
abbandonarono il mestiere di marinaio per intraprenderne altri, tra cui quello di funaro, falegname,
calzolaio e muratore.
Fu un cambiamento che non comportò nessun miglioramento della situazione economica o della
posizione sociale.
Durante la seconda guerra mondiale, fu vietata la pesca con le lampare; quando tutto ritornò alla
normalità, il mare si rivelò di una pescosità eccezionale. Fu in questo periodo che si accrebbe il
numero di pescatori; oltre 70 famiglie vivevano del prodotto ittico e dell’industria di conservazione
dello stesso.
Contemporaneamente cominciò il declino di una cultura: l’acquisto di pescherecci a scapito delle
antiche ciurme, e la diffusione di una nuova rete (cianciolo), che costava tanto di più rispetto a
quelle da sempre usate, ma che permetteva una pesca più consistente del pesce azzurro.
La piccola pesca continuò a sopravvivere, supportata ancora una volta dalla figura delle mogli dei
pescatori, le quali comperavano il pesce dalle barche dalle quali facevano parte i mariti, per
rivenderlo al dettaglio (“minuto”) per le vie del paese con i loro richiami che risuonavano con
armonia. |