| Storia delle Marinerie Calabresi |
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| Melito Porto Salvo |
Melito è un paese che copre, sul versante ionico, circa 6 Km delle coste reggine. Documenti storici,
certificano l’esistenza, nel Medioevo, di un porticciolo, nella zona della marina occidentale di
Melito, chiamato Porto Venere probabilmente per la presenza di un tempio dedicato alla dea
Venere, protettrice dei marinai.
Il mare di Melito è stato protagonista di eventi che hanno lasciato un segno nella storia dell’Unità
Nazionale: nel 1860, in seguito allo sbarco dei Mille, i pescatori melitesi agevolarono il salvataggio
degli uomini del “Torino”, che si era arenato.
Nel corso degli anni i pescatori di Melito, hanno ereditato e tramandato tutti i segreti sulla vita del
pescatore; conosciuto e studiato le correnti, le tempeste, i luoghi e le abitudini delle specie da
pescare e la costruzione degli attrezzi da pesca e dei materiali utilizzati, hanno subito lievi
variazioni, evidenziando il desiderio di rimanere il più possibile ancorati alle tradizioni.
Tuttavia oggi, sono dotati di attrezzi e imbarcazioni adatte ad esercitare la pesca costiera.
Le imbarcazioni utilizzate a Melito e l’utilizzo di ciascuna di esse dipende da fattori metereologici
ma anche dal tipo di pesca che si vuole praticare. Il legno che viene utilizzato per la loro
costruzione è di pino, di faggio o di quercia.
E’ costume comune dare ad ogni imbarcazione o un nome mitologico, o storico oppure dedicato ad
una persona cara.
A Melito non vi sono maestri d’ascia o esperti nella costruzione delle barche, per cui i pescatori si
riforniscono tra Reggio Calabria, Bagnara, Gioiosa Jonica e Nizza di Sicilia. Quando vanno a pesca,
tutti i membri dell’equipaggio, rispettano regole e rituali ben precisi. Innanzitutto il numero dei
pescatori, per equipaggio, deve essere di sette, cinque sulla barca a motore e due sul “buzzettu”
(imbarcazione che viene attaccata agli altri tipi di imbarcazione e che si governa con i remi).
Al momento dell’avvistamento dei banchi di pesci, il membro dell’equipaggio che li ha avvistati per
primo, seguirà una serie di rituali che faranno capire al resto dei membri cosa fare.
Per esempio in caso di avvistamento di costardelle, che sono pesci molto veloci, la barca stacca il “buzzettu”, le insegue, cala le reti, mentre si fa rumore imprecando e lanciando pietre bianche,
poiché le costardelle temono sia il bianco che il rumore.
La caratteristica di questa pesca, che si tramanda da tempi remoti, sono le espressioni di
imprecazioni, miste alle preghiere e le invocazioni rivolte alla Madonna di Porto Salvo. |
| Cetraro |
I primi dati documentati sulla marineria e, quindi, sui pescatori di Cetraro risalgono al Medioevo.
Essi si recavano a pescare nel tardo pomeriggio o a sera, molto spesso senza scarpe e con al braccio
il “panaro” (paniere) che conteneva un pezzo di pane, due pesci fritti e una cipolla, pasto che li
avrebbe sfamati per le ore che si restava fuori.
I loro stati d’animo erano collegati al tipo e alla quantità di pesca fatta. Volti corrucciati se
pescavano poco o nulla, volti carichi di speranza, quando le barche tornavano a riva piene di pesci.
In questo caso, la gente accorreva verso la spiaggia e tutti aiutavano a tirare la barca: il gesto veniva
corrisposto con una ricompensa in pesci.
Il pescatore di Cetraro e in generale di tutto il Tirreno cosentino era una figura poliedrica e a volte
poteva sembrare un indovino. Ciò lo si poteva constatare soprattutto quando da casa scrutava le “intenzioni” del mare, dialogando con esso.
I pescatori di Cetraro, amavano essere chiamati marinari; il titolo di nocchiere e industriante veniva
attribuito a chi conosceva bene le correnti, chi s’intendeva del tempo, chi sapeva riparare le reti e
conosceva il punto esatto dove queste andavano calate.
Alcuni cognomi cetraresi sono collegati ai mestieri che essi facevano: di pescatore, di costruttore di
barche, di fabbricatore di reti e di indovino delle condizioni atmosferiche.
Verso il mare nutrivano un amore immenso, per cui non erano capaci di odiarlo neanche quando
non riusciva a dar loro la giusta ricompensa, dopo ore di duro lavoro.
Non c’era pescatore che non ricordasse episodi di scampato pericolo, così come non c’era pescatore
che non avesse combattuto per ore intere con la furia del vento prima di raggiungere la riva.
I marinari abitavano la parte inferiore del paese dove le casette erano basse, le viuzze strette e
tortuose e davanti agli usci delle porte sedevano i pescivendoli e le donne a lavorare le reti. Queste
venivano costruite usando cotoni speciali che provenivano da Genova, Napoli e Brescia.
I pescatori di Cetraro non svolgevano lavori campestri quando non potevano andare a pesca,
tuttavia ammiravano i pescatori di Cittadella del Capo che, invece, alternavano a seconda il
bisogno, l’attività di marinaro a quello di contadino (terrazzano).
Molto probabilmente la loro origine è greca, come lo testimoniano alcuni nomi di luoghi del paese.
Anche i pescatori facevano uso di termini greci per es: “rema” (corrente), “caloma” (corda,
profondità), “palanchsru” (oggetto uncinato, amo). Col tempo, molti di questi termini sono andati
perduti, perché la maggior parte di essi erano correlati ad attrezzature adesso non più usate.
Come risulta da alcuni documenti, risalenti alla fine dell’anno 1000, Cetraro aveva già un porto da
cui fu più facile per il popolo greco approdare fondando nuovi villaggi. |
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