La giornata dei pescatori era regolata dal lavoro e dalla vita in famiglia. I pescatori si sposavano
molto giovani, generalmente con donne della stessa estrazione sociale.
La conduzione della famiglia composta, per lo più, da numerosi figli, restava e resta d’impronta
patriarcale e gerarchica dove il padre, o in sua vece, il fratello maggiore, provvede al mantenimento
della prole. La madre, oltre ad avere il compito di accudire la casa, deve essere un’esperta
venditrice dei prodotti ittici e una valida collaboratrice nei preparativi dei prodotti della pesca.
Geloso dei segreti del mestiere, dotato di spirito di emulazione, custodisce con fierezza le tradizioni,
dimostrando anche fedeltà e sottomissione alla Chiesa, all’aristocrazia e alla borghesia, dai quali,
durante le ricorrenti crisi economiche, dipendeva la sua sopravvivenza.
In un clima di protezione legislativa, che autorizzava solo i pescatori ad esercitare la pesca, la
ciurma, mediamente composta da otto elementi, disponeva di tre tipi d’imbarcazione: la barca
grande (“’a varca”) per le tecniche di pesca più impegnative; il battello (“’u battellu”) di dimensioni
medie e il gozzo (“’u vozzariellu”) di piccola stazza, entrambi con funzione di supporto e idonei per
la loro maneggevolezza ai mestieri più minuti.
Le paranze e simili, adibite ai traffici marittimi ed occasionalmente alla pesca di alto mare, avevano
un equipaggio più numeroso, compiti ed attrezzature diverse. Naturalmente tutto il naviglio era
munito di reti adatte, di remi e di vele.
Ad Amantea l’organizzazione della pesca era regolata dal diritto orale e da un codice d’onore che
stabilì improrogabilmente il rispetto dei patti stipulati tra le parti che, se da un lato favoriva il
capociurma, dall’altro assicurava all’equipaggio un guadagno decente.
Se si calavano in mare le reti delle lampare o della minaita, che servivano a catturare grandi
quantità di pesce azzurro, la metà del pescato andava al capociurma o al proprietario non pescatore,
mentre l’altra metà veniva divisa tra il resto dell’equipaggio.
Se si impiegavano reti a strascico più maneggevoli, come la sciabica, nella quale restava impigliato
un modico quantitativo di pesci di medio taglio, e lo “sciabachiellu” a maglie più fitte e di
dimensioni più ridotte, adatto soprattutto per la “rosamarina” (mustica o bianchetto), oppure la “tartana”, adoperata per la cattura delle triglie e piccole sogliole, tenuto conto dell’esiguità delle
prede, il maggiore responsabile del pescato, percepiva una parte in più di quella che spettava ai
singoli pescatori.
Proverbiali le lotte segrete fra i proprietari di barche (“i patroni”) per assicurarsi gli uomini migliori,
che spesso venivano sottratti agli avversari mediante l’offerta di più cospicui salari.
Diverso, perché regolato da leggi e perché favorevole al capociurma, era il contratto, che stabiliva i
compensi in questa maniera: tolte le spese, al capociurma toccava una parte e mezza, al nostromo
una parte e un quarto, al mozzo un quarto o una metà.
La pesca, che si svolgeva prevalentemente di notte, era preceduta da complicate operazioni
preparatorie. I pescatori giungevano sulla spiaggia per l’ora del tramonto, portando sulle spalle
indumenti di lana per ripararsi dal freddo notturno, e a braccia le attrezzature, indispensabili
strumenti di lavoro. Questi ultimi erano: “a lampa”, un potente faro a petrolio; “i stroppi”, cordicelle
che tenevano i remi; le”orze” o sugheri galleggianti e i razzi luminosi, entrambi utili per le
segnalazioni; “i libani”, o corde da tiro; “u lanzaturu” o fiocina a più punte per arpionare i pesci.
Avvicinandosi la partenza, la ciurma, che si basava sulle sue infallibili (anche se empiriche)
conoscenze metereologiche, specie in caso di mare incerto, si riuniva per decidere se uscire o meno
e dove dirigersi. In caso di responso positivo, le barche prendevano il largo verso le zone di mare
prescelte, la cui profondità veniva misurata a braccia (“i passi”).
Quando la barca si allontanava in alto mare, il nocchiero aveva come punto di riferimento la Stella
Polare (di giorno il corso del Sole), la direzione dei venti ed alcuni punti di riferimento dalla riva,
come i torrenti, le luci del paese.
I momenti culminanti, avvolti in un’atmosfera di trepida speranza, si avevano al momento della cala
e quando si tiravano le reti.
Un analogo raccoglimento ed attenzione, si verificavano allorquando si tinteggiavano le reti in una
caldaia, ricolma di acqua bollente nella quale veniva disciolta corteccia di pino, poiché era un
lavoro molto delicato,dalla cui buona riuscita si traevano gli auspici per una felice annata di pesca.
Parte integrante della cultura marinara amanteana, è il patrimonio etnofonico d’ispirazione sacra,
frutto spontaneo della pietà popolare. Purtroppo questi canti sono destinati a scomparire sia per
alcuni sacerdoti che li ritengono antiliturgici, sia per il disinteresse delle giovani leve che
preferiscono canti in italiano.
Una diversa collocazione e una dimensione artistica più rilevante, assumono i canti marinareschi
profani, espressi con linguaggio caratteristico ed incisivo. Anch’essi sicuramente in via di
estinzione, risuonavano durante le pause dalla pesca per lenire la fatica di un mestiere duro ed
avvincente.
Trattano, in genere, l’audacia sui mari, l’asprezza del lavoro, la solidarietà della ciurma, la
soddisfazione per l’abbondante pescato, l’orgoglio della marineria amanteana. Ma con altrettanta
intensità, esprimono la paura per i ricorrenti pericoli, la delusione per le reti vuote, la
preoccupazione di non poter provvedere alla famiglia, la rabbia per lo sfruttamento del padrone
avido ed egoista. |