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Speciale Col - Mari di Calabria
Storia delle Marinerie Calabresi
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La giornata dei pescatori era regolata dal lavoro e dalla vita in famiglia. I pescatori si sposavano molto giovani, generalmente con donne della stessa estrazione sociale.
La conduzione della famiglia composta, per lo più, da numerosi figli, restava e resta d’impronta patriarcale e gerarchica dove il padre, o in sua vece, il fratello maggiore, provvede al mantenimento della prole. La madre, oltre ad avere il compito di accudire la casa, deve essere un’esperta venditrice dei prodotti ittici e una valida collaboratrice nei preparativi dei prodotti della pesca.
Geloso dei segreti del mestiere, dotato di spirito di emulazione, custodisce con fierezza le tradizioni, dimostrando anche fedeltà e sottomissione alla Chiesa, all’aristocrazia e alla borghesia, dai quali, durante le ricorrenti crisi economiche, dipendeva la sua sopravvivenza.
In un clima di protezione legislativa, che autorizzava solo i pescatori ad esercitare la pesca, la ciurma, mediamente composta da otto elementi, disponeva di tre tipi d’imbarcazione: la barca grande (“’a varca”) per le tecniche di pesca più impegnative; il battello (“’u battellu”) di dimensioni medie e il gozzo (“’u vozzariellu”) di piccola stazza, entrambi con funzione di supporto e idonei per la loro maneggevolezza ai mestieri più minuti.
Le paranze e simili, adibite ai traffici marittimi ed occasionalmente alla pesca di alto mare, avevano un equipaggio più numeroso, compiti ed attrezzature diverse. Naturalmente tutto il naviglio era munito di reti adatte, di remi e di vele.
Ad Amantea l’organizzazione della pesca era regolata dal diritto orale e da un codice d’onore che stabilì improrogabilmente il rispetto dei patti stipulati tra le parti che, se da un lato favoriva il capociurma, dall’altro assicurava all’equipaggio un guadagno decente.
Se si calavano in mare le reti delle lampare o della minaita, che servivano a catturare grandi quantità di pesce azzurro, la metà del pescato andava al capociurma o al proprietario non pescatore, mentre l’altra metà veniva divisa tra il resto dell’equipaggio.
Se si impiegavano reti a strascico più maneggevoli, come la sciabica, nella quale restava impigliato un modico quantitativo di pesci di medio taglio, e lo “sciabachiellu” a maglie più fitte e di dimensioni più ridotte, adatto soprattutto per la “rosamarina” (mustica o bianchetto), oppure la “tartana”, adoperata per la cattura delle triglie e piccole sogliole, tenuto conto dell’esiguità delle prede, il maggiore responsabile del pescato, percepiva una parte in più di quella che spettava ai singoli pescatori.
Proverbiali le lotte segrete fra i proprietari di barche (“i patroni”) per assicurarsi gli uomini migliori, che spesso venivano sottratti agli avversari mediante l’offerta di più cospicui salari.
Diverso, perché regolato da leggi e perché favorevole al capociurma, era il contratto, che stabiliva i compensi in questa maniera: tolte le spese, al capociurma toccava una parte e mezza, al nostromo una parte e un quarto, al mozzo un quarto o una metà.
La pesca, che si svolgeva prevalentemente di notte, era preceduta da complicate operazioni preparatorie. I pescatori giungevano sulla spiaggia per l’ora del tramonto, portando sulle spalle indumenti di lana per ripararsi dal freddo notturno, e a braccia le attrezzature, indispensabili strumenti di lavoro. Questi ultimi erano: “a lampa”, un potente faro a petrolio; “i stroppi”, cordicelle che tenevano i remi; le”orze” o sugheri galleggianti e i razzi luminosi, entrambi utili per le segnalazioni; “i libani”, o corde da tiro; “u lanzaturu” o fiocina a più punte per arpionare i pesci.
Avvicinandosi la partenza, la ciurma, che si basava sulle sue infallibili (anche se empiriche) conoscenze metereologiche, specie in caso di mare incerto, si riuniva per decidere se uscire o meno e dove dirigersi. In caso di responso positivo, le barche prendevano il largo verso le zone di mare prescelte, la cui profondità veniva misurata a braccia (“i passi”).
Quando la barca si allontanava in alto mare, il nocchiero aveva come punto di riferimento la Stella Polare (di giorno il corso del Sole), la direzione dei venti ed alcuni punti di riferimento dalla riva, come i torrenti, le luci del paese.
I momenti culminanti, avvolti in un’atmosfera di trepida speranza, si avevano al momento della cala e quando si tiravano le reti.
Un analogo raccoglimento ed attenzione, si verificavano allorquando si tinteggiavano le reti in una caldaia, ricolma di acqua bollente nella quale veniva disciolta corteccia di pino, poiché era un lavoro molto delicato,dalla cui buona riuscita si traevano gli auspici per una felice annata di pesca.
Parte integrante della cultura marinara amanteana, è il patrimonio etnofonico d’ispirazione sacra, frutto spontaneo della pietà popolare. Purtroppo questi canti sono destinati a scomparire sia per alcuni sacerdoti che li ritengono antiliturgici, sia per il disinteresse delle giovani leve che preferiscono canti in italiano.
Una diversa collocazione e una dimensione artistica più rilevante, assumono i canti marinareschi profani, espressi con linguaggio caratteristico ed incisivo. Anch’essi sicuramente in via di estinzione, risuonavano durante le pause dalla pesca per lenire la fatica di un mestiere duro ed avvincente.
Trattano, in genere, l’audacia sui mari, l’asprezza del lavoro, la solidarietà della ciurma, la soddisfazione per l’abbondante pescato, l’orgoglio della marineria amanteana. Ma con altrettanta intensità, esprimono la paura per i ricorrenti pericoli, la delusione per le reti vuote, la preoccupazione di non poter provvedere alla famiglia, la rabbia per lo sfruttamento del padrone avido ed egoista.
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