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Storia delle Marinerie Calabresi
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Marinerie Calabresi. Caparrassu.
La battaglia si protraeva finchè non giungeva più alcun segno minaccioso dai tonni morenti, che dalle imbarcazioni venivano trascinati sulla riva, da dove venivano destinati ai mercati più floridi o agli stabilimenti di lavorazione.
Il rais era il capo della tonnara che con il suo “levate”, segnava la cattura definitiva del tonno nella camera della morte. Disciplina dura quella della tonnara: i prescelti dovevano passare cento giorni sotto le regole indiscutibili del rais, capo ineccepibile della tonnara, alla cui capacità di scrutare i fondali marini e di conoscere i tempi dei trasferimenti dei tonni erano affidate le sorti di molte famiglie.
Silenzio e concentrazione erano le doti richieste ai tonnaroti, oltre che una notevole resistenza fisica. Le donne dei prescelti erano solitamente coloro che durante la restante parte dell’anno si occupavano della cura delle reti, la cui realizzazione era compito assai complesso.
Prima della pesca ci si affidava all’aldilà e a chi nell’aldilà si sentiva più vicino. Ogni tonnarota attaccava sul palo che veniva infisso nei fondali il proprio santino, raccomandandosi per un buon risultato: se la pesca andava male si aveva tutto il diritto di scaraventare il santino in acqua. Anche il rais poteva in questo caso cedere alla rabbia, nonostante fosse visto come un vero stratega, o a volte come uno stregone, facilitati in questo dal sole che tutto cuoceva, perfino i lineamenti del suo viso.
I costi di tale pesca divennero nel tempo così elevati che ben presto fu necessario abbandonarla.
Spesso ha contribuito in maniera negativa anche il clima che, quando si irrigidiva, non favoriva le corse d’amore di tonni, sempre più difficili da catturare.
Delle tonnare “annegate” adesso non esiste più nulla poiché alla fine degli anni settanta, i giapponesi decretarono la loro fine, sostituendole con una flottiglia di pescherecci molto veloci che operano con tonnare volanti, inventate dagli stessi giapponesi, la cui messa in mare richiede un esiguo equipaggio coadiuvato da mezzi sofisticati che permettono di individuare, seguire e circuire i branchi di tonni senza battute a vuoto.
Reti da pesca utilizzate
La pesca più avvincente resta sempre quella effettuata con la lampara, che utilizza la “cianciola”,un tipo di rete a circuizione, inventata nel 1838 dal pescatore Matteo Gregorio.
Nel buio, le imbarcazioni raggiungono la località prescelta disponendosi in un modo ben preciso.
L’imbarcazione madre ( barca a motore), con a bordo la rete, viene ancorata, mentre il battello ( u buzzettu) si pone nelle vicinanze con il faro acceso, dando l’opportunità al suo “lampista” di scorgere il movimento dei pesci sotto la luce. A questo punto, lo stesso “lampista”, valutate le circostanze stabilisce se è necessario ordinare la cala e ad un segnale convenuto, l’equipaggio della barca compie un giro attorno al battello gettando la rete secondo la corrente più favorevole. Poi comincia l’azione di recupero della rete, che formerà una specie di grande sacco.
Le donne attendono con impazienza sul litorale l’arrivo delle barche, per vendere al pubblico i pesci che verranno depositati in un recipiente di latta (“’a lania”) e trasportati dalle stesse per le vie del paese o al mercato.
La vendita all’ingrosso è trattata direttamente sulla spiaggia dai pescatori con i compratori che rivendono i pesci nei paesi dell’entroterra o li trasportano nelle salagioni dove avvieranno i processi di conservazione.
Per la pesca del novellame e in particolare della fragaglia di triglie, si ricorre alla tartana, rete a strascico dalle maglie molto fitte, lunga una trentina di metri.
La menaide è, invece, una rete da posta formata da un solo telo a maglie tutte uguali, usata per la pesca di sarde e alici. Per la cala di questa rete, che si effettua anche di giorno, bisogna possedere accortezza ed esperienza poiché va immersa verticalmente e sospesa ad una certa profondità, grazie all’azione combinata di galleggianti e piombi.
La sciabica si getta a 15-20 metri di profondità; è una rete a strascico grande, munita di due ali e di un sacco che nella fase di recupero si chiude intrappolando pesci di media pezzatura.
Lo sciabacchillo, rete più ridotta della precedente, ubbidisce alla stessa tecnica, ma a una distanza minore dalla riva (serve a pescare il bianchetto).
Il tramaglio (“i rizzilli”), diventa “sicciara” o “trigliara” se cattura rispettivamente seppie o triglie, mormore e simili.
Un tempo i pescatori calavano in mare la palamitara, rete da posta a maglia molto stretta (fu introdotta nel 1760 come il primo sistema di pesca moderno), sostituita dal palangaro, un attrezzo composto da una corda di canapa o di nylon lunga 500 metri alla quale sono applicate delle cordicelle di 2-4 metri ciascuna, terminante con un amo.
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