| Storia delle Marinerie Calabresi |
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La caccia al tonno |
In Calabria, le coste tirreniche, e quelle di Pizzo soprattutto, da sempre sono stati teatro della
mattanza, momento di tripudio della caccia ai tonni.
Durante l’attesa del pesce, tipiche le cantilene dei tonnaroti, che accompagnavano il loro lavoro.
Essi stavano fermi con gli occhi che quasi volevano bucare il mare in profondità, con una lenza
sottilissima che vibrava al passaggio dei tonni.
Furono gli Arabi che inventarono la tonnara e da essi si ereditarono oltre che la tecnica di pesca,
anche il gergo, i canti, le tradizioni.
La storia della Calabria s’intreccia fittamente a quella della pesca del tonno; la tradizione,
documentata per certi aspetti, racconta che al momento culminante della pesca assistevano i signori
i quali potevano calare le tonnare dietro pagamento di un canone. Gli stessi Signori ricompensavano
il rais, che offriva loro il tonno più grosso con un anello lucente.
Ma è anche molto più probabile che il tonno più invitante fosse offerto a San Giorgio, protettore dei
tonnaroti, per il pericolo scampato durante la mattanza. |
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Storia di padroni e di poveracci, con donne sullo sfondo chine ad intrecciare reti e tutti in attesa dei
tonni, che arrivavano dai fondali più profondi del Mediterraneo in primavera. Erano chiamati anche
tonni da corsa, perché più prelibati, e perchè giungevano grassi e pronti per la stagione degli amori.
Ed era proprio nell’inseguimento delle femmine che i tonni finivano con il trovare la morte; gli
uomini, guidati dal rais, sapevano che i pesci seguivano e seguono ancor oggi le correnti più tiepide
per cui le fughe d’amore si trasformavano in fughe di morte.
Per ogni mattanza venivano calate in acqua tonnare sempre nuove: non era previsto recuperare una
rete dalla mattanza precedente perché la violenza della pesca dell’anno passato non consentiva il
riutilizzo della stessa negli anni successivi.
La tonnara fissa calabrese era caratterizzata dalla rete sbarrante detta “pedale”, lunga 1800 metri e
da una flottiglia di barconi disposti in modo che limitassero uno specchio d’acqua rettangolare,
suddiviso da una serie di reti fisse in tante concamerazioni. Le barche, erano addette ognuna ad un
compito preciso ed avevano una loro precisa nomenclatura: la “caparrassu” era la barca più grande
di tutte a cui si faceva accostare la rete sollevata dal fondo per la mattanza vera e propria. Una volta
immerse nelle acque, restavano in superficie solo dei galleggianti e le imbarcazioni nere dei
tonnaroti. Sotto la superficie invece si snodavano le varie camere: il tonno entrava nella prima, poi
nella seconda e man mano le porte si chiudevano in modo che l’animale non potesse più tornare
indietro; le maglie erano intrecciate in modo sempre più fitto: un corridoio di camere e l’ultima, per
la cui lavorazione si prevedeva che le maglie fossero fittissime, era quella da dove i tonni, affluiti in
branchi, non avevano più scampo.
Nel momento in cui il branco arrivava nell’ultima camera, i tonnaroti stringevano le gomene e da
questo momento iniziava la battaglia tra gli animali e gli uomini; nel momento in cui i tonni
affioravano sulla superficie, su di essi partiva una pioggia di fiocine. |
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