La decisione oggi, come ieri è affidata alla sensibilità, all’esperienza e
all’abilità di quest’uomo sul quale pesa anche la responsabilità dell’atteso guadagno, a volte unico,
della giornata per sé e per i compagni. I rematori devono sincronizzare il momento in cui il
fiocinatore lancerà il “ferru”. Il minimo errore è fatale poiché il ferro potrebbe solo scalfire
l’animale che prontamente sparirebbe sul fondo.
Lanciatori non ci si improvvisa, ma si diventa tali con tenaci addestramenti che iniziano fin dall’età
di sette-otto anni.
Nel momento in cui il momento propizio giunge, il fiocinatore vibra il colpo e la punta della
fiocina, con un sistema di alette, si apre a rosa nelle carni del pesce che muore dissanguato.
Il ferro è in acciaio temperato, fabbricato secondo procedimenti plurisecolari tenuti segreti da mastri
ferrai, originari soprattutto di Scilla e Bagnara. Essi marchiano il ferro con le loro iniziali.
Da questo ferro, che viene protetto con olio e segatura, dipende la vita dei pescatori e anche del
fabbro che comunque ne rimane l’unico proprietario. |
In epoca più recente, si è convenuto utilizzare una lancia con doppia punta simile ad un forcone
dove l’asta non più in legno, ma in ferro, dà all’arpione più forza di penetrazione.
Appena il pesce è tirato e issato a bordo, un marinaio traccia su di esso con le unghie, esclusa
quella del pollice, sull’orecchio destro vicino all’occhio, una croce quadrupla (la cardata); subito
dopo, altri pescatori gli metteranno in bocca un pezzo di pane.
La zona dove è penetrato il ferro, viene tagliata e messa da parte per il mastro arpioniere; a volte
anche l’occhio veniva prelevato, conservato sotto sale senza le pupille, e consumato durante
l’inverno.
Sulla cute del pesce che sembra stagnola, i pescatori felici incidono i nomi delle loro “morose”, dei
loro Santi Patroni, mentre da esso si asportano le parti più prelibate: “u cuzzettu” e la “surra”,
grosse fette che stanno in corrispondenza rispettivamente della nuca e della coda.
Fino alla seconda guerra mondiale, “u cuzzettu” veniva preteso dai proprietari dei fondi nei quali si
trovavano le postazioni di avvistamento.
Dal XVI secolo fino alla seconda guerra mondiale, il numero delle unità che praticavano la caccia al
pesce spada rimase notevolmente stabile.
Oggi non ci sono più i ragazzi che imparano l’arte di arpionare. Quelli in età per farlo preferiscono
trovarsi un altro impiego, poiché il mare che “non da più” significa insicurezza e un’accresciuta
precarietà. Le condizioni materiali e sociali della caccia al pesce spada hanno subito profondi
cambiamenti a partire dal 1960. In quest’ultimo decennio l’uomo, nella costante tensione a ottenere
il massimo vantaggio col minimo sforzo, ha appreso l’arte di sovrastare sulla natura grazie alla
scienza e alla tecnica.
I tonni vengono inseguiti dai giapponesi, che hanno invaso il Tirreno con chilometriche reti di nylon
prelevando anche pesci più pregiati. Gli armatori di pescherecci si sono attrezzati utilizzando le reti“pelagiche derivanti” meglio note col nome di spadare (vanno con la deriva, cioè una volta lanciate,
vengono lasciate galleggiare e pescano per 30 o 40 metri di profondità). Nonostante siano state
messe fuori legge esse continuano ad essere usate, creando non pochi problemi all’habitat marino,
tra cui la cattura di esemplari di specie protette come delfini, balenotteri, testuggini marine.
Da signore del mare, il pesce spada è diventato prodotto commerciale di un mercato in espansione.
Esso non viene più arpionato alla fine di un duello, di un rapporto che si poteva definire sacro e
agonistico fra l’uomo e l’animale, ma viene “massacrato” da qualsiasi nuovo venuto dopo una breve
preparazione.
Del resto la grande quantità di pesce preso annualmente non consente più di mantenere vive certe
tradizioni e certi usi poiché la pesca è ormai industria.
E’ impossibile pensare di poter praticare la “cardata” al gran numero di pesci presi giornalmente
con le spadare; l’unica vecchia usanza, ancora oggi tenuta viva, è la tradizionale “mangiata” cioè il
banchetto beneaugurante organizzato dal padrone (oggi armatore) a cui partecipano tutti i
componenti dell’equipaggio con le rispettive famiglie. E’ un momento di aggregazione per stabilire
familiarità e armonia tra i pescatori, nonché per propiziare una buona annata di pesca. |