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Speciale Col - Mari di Calabria
Storia delle Marinerie Calabresi
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Questo modo particolare di occupazione del mare, infeuderà il territorio alieutico insieme ai membri facenti parte di quella comunità umana. Del diritto di appropriazione se ne troverà traccia non solo nel Diritto bizantino ma ancora più anticamente, in documenti risalenti alla Grecia classica. Infatti l’Imperatore Bizantino Leone VI, introduce la regola che la superficie dell’acqua che costeggia la spiaggia viene riconosciuta come proprietà privata.
Il proprietario di un tratto di costa possiede anche la porzione di mare ad essa adiacente e di conseguenza il diritto esclusivo della pesca in quel tratto. Pertanto in passate epoche storiche si ritrova a dimostrare che il mare diventa, al pari della terra, un bene commerciale, appaltabile, affittabile e persino vendibile.
I promontori, le torri di avvistamento, l’imbarcazione da pesca e gli arpioni, sono per questi pescatori strumenti di produzione e al tempo stesso mezzi effettivi di acquisizione di un diritto esclusivo di una risorsa mobile e migratoria.
La delimitazione dei fondali di pesca, venne definita a sua volta in base ai promontori che suddividevano la zona di predazione, ma anche in base alla luminosità, all’occhio esperto e alla trasparenza delle acque.
Nei secoli XV e XVI, i baroni di Scilla, obbligarono la popolazione dei pescatori che la abitavano, alla servitù dell’avvistamento; nel XVIII secolo, addirittura sotto pena d’imprigionamento, i pescatori erano obbligati ad effettuare sia la pesca che l’arpionaggio del pesce spada, in qualsiasi condizione climatica. Comunque, se il feudatario poteva esercitare il controllo diretto del numero delle barche che uscivano in mare, imporre nuove tasse sul prodotto, certamente gli sfuggiva la sorveglianza sulla pesca notturna, giacchè nel quartiere dei pescatori le case erano collegate tra loro tramite porte laterali dalle quali potevano passare senza essere visti.
A partire dalla fine del XVIII secolo, si sviluppa la pesca notturna mediante la palamitara, secondo un sistema che i pescatori definiranno “democratico”: la zona di predazione verrà divisa in 10 postazioni e poco prima del calar del sole i buzzetti, con a bordo un equipaggio di otto uomini si collocheranno ognuno nella propria postazione. Nel momento in cui tutte le imbarcazioni hanno preso posto, i pescatori, tramite una conchiglia marina (a trumba), che è perforata ad un’estremità, produce un suono percepibile anche a grande distanza, si mandano segnali. Per esempio, un solo suono indicava che la rete stava per essere calata. Tre suoni interrotti segnalavano ad un’altra barca di non avvicinarsi perché la rete era stata gettata.
Ogni zona di predazione era a sua volta suddivisa in due o tre parti in modo che altrettanti barche potevano calare le reti da terra verso il largo in quella stessa zona.

La lunghezza della rete da pesca rimase costante dal XVIII secolo fino al 1960: essa non superava i 500 metri, le cui maglie presentavano una larghezza tra gli 8 e i 12 dita (un dito corrispondeva ad un cm.) che permetteva la cattura di piccoli tonni ma anche del pesce spada.
Quando nell’economia locale, comincia ad accentuarsi l’importanza del pesce spada, gli antichi trafficanti di seta grezza provenienti da Venezia e da Trieste, diventano proprietari di bozzetti e di luntri, ma anche di postazioni di avvistamento. I pescatori li chiameranno “ugnuri” (signori), mentre loro stessi, privati della proprietà, dei mezzi di predazione e pagati alla giornata, saranno i “garzoni”(servitori).
Nell’ambito del contesto familiare, ci si trovava di fronte ad una famiglia patriarcale, fortemente gerarchica: le redini erano in mano al padre che poi passava tutto al figlio maggiore; il cadetto lavorava come avvistatore alle dipendenze del fratello più anziano, qualora quest’ultimo avesse ereditato l’uso dei mezzi di predazione.
Essere fratello di un padrone arpioniere, non garantiva una remunerazione superiore a quella degli altri membri della “ciurma”, né un trattamento di favore. I figli cadetti, quindi, erano potenzialmente quasi “predestinati” ad accedere al territorio di predazione solo tardivamente e in posizione subalterna, oppure potevano non accedervi affatto ed essere costretti ad emigrare.
Nel 1904, il mare viene “liberato”: il sistema plurisecolare delle postazioni fisse viene definitivamente abrogato e dissolto. Le postazioni a terra, cessano di essere di una sola persona, per cui gli avvistatori vi accederanno tramite il pagamento di una somma di denaro.
Contemporaneamente si assisterà alla non più chiusura in se stessi (endogamia dei matrimoni) ma si creeranno alleanze che si ordineranno in funzione di questa nuova posta in gioco, rappresentata da un cambiamento delle forze produttive e della tecnica di predazione con l’uso delle feluche. Per esempio, nel 1924 il numero di feluche possedute dai calabresi è di dodici, contro le tre del 1908.
Le feluche diventano osservatori mobili in mare spostandosi ogni giorno da una postazione all’altra.
Il sistema di pesca calabrese, mantenutosi fondamentalmente invariato per circa tre millenni, andrà incontro ad una doppia modernizzazione, grazie all’incontro con il sistema siciliano.
La novità sarà intanto sociale poiché la risorsa ittica, da quel momento in poi verrà gestita da una grande città commerciale, quale è Messina, ma riguarderà anche una modernità tecnica che vedrà il passaggio dall’uso delle feluche alle passerelle, potentemente motorizzate.
Tuttavia sia che si parli di luntro che di feluche o di passerelle, la funzione del lanciatore o fiociniere (persona addetta specificatamente al lancio dell’arpione ) è l’unica a bordo che rimane pressocchè immutata nel tempo. Dalla passerella il lanciatore deve valutare l’esatto momento del lancio per arpionare nel punto giusto e il suo compito, sebbene più facilitato rispetto al passato, rimane sempre arduo.
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