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Speciale Col - Mari di Calabria
Storia delle Marinerie Calabresi
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Marinerie Calabresi. Passerella.
Oggi le passerelle, sebbene dai pescatori siano ancora chiamate con l’antico nome di feluche, sono lunghe tra i dodici e i venti metri, munite di uno, due e a volte tre motori e provviste di un enorme albero a traliccio chiamato “ntinna”. Prima di arrampicarsi su di essa, i due uomini compiono il rituale quotidiano di inforcare gli occhiali da sole in modo da poter vedere il pesce anche a dieci metri sott’acqua, indossano il cappello di paglia per proteggersi la testa e infine si fanno il segno della croce.
I pescatori delle ultime passerelle ancora in attività, sono gli unici superstiti rappresentanti di questa storica e gloriosa attività. Sicuramente nessuno raccoglierà la loro eredità come è già successo con i mastri ferrai che forgiavano gli arpioni a mano seguendo una tecnica personale e segreta, tecnica scomparsa con loro, ultima testimonianza di una tradizione dalle origini antichissime.
La caccia al pesce spada
Nell’area compresa tra Scilla e Cariddi, si concentrò la prima comunità umana depositaria dell’arte millenaria della caccia al pesce spada. Attorno a questo tipo di pesca, ruotava tutto un complesso sistema collettivo che andava dall’avvistamento da terra del pesce alla barca in mare pronta ad inseguirlo e catturarlo. Tale attività era perfettamente coordinata, nulla era lasciato al caso, anzi, tutto era frutto di un’esperienza levigata da una pratica millenaria.
Nel corso di tre millenni di caccia al pesce spada, si è assistito ad un cambiamento dei sistemi sociali, anche se i punti cardini della tecnica (“avvistare” e “inseguire”) sono rimasti puri, adattandoli alle attuali esigenze.
Ancora negli anni ’60, la scena dell’avvistamento e la tecnica dell’arpionaggio è la stessa di quella descritta da Polibio, storico greco di Megalopoli, vissuto nel II secolo avanti Cristo. Si ritiene che egli stesso ebbe occasione di assistere alla pesca e d’osservare con acume e interesse le diverse fasi: una sentinella fa la posta, su un promontorio a terra, per conto di un gruppo di pescatori che attendono in disparte vicino alla stazione di navigazione, a bordo di barche a due remi. Ci sono due uomini per barca: uno rema, l’altro, dal momento che la vedetta segnala la comparsa del pesce spada che emerge per un terzo fuori dall’acqua, si pone ritto a prua, lancia alla mano.
Quando la barca si avvicina al pesce spada, l’uomo colpisce prontamente l’animale, poi, ritira la lancia dal corpo, tranne la punta di ferro che è legata ad una lunga corda che il marinaio lascia scorrere. La lancia cade così in mare, ma non si perde perché è fatta di legno di quercia e di abete. La parte in quercia, che è più pesante, affonda nell’acqua, l’altra parte, più leggera, rimane in superficie. Qualche volta succede che il rematore venga ferito dalla grande spada dell’animale
perché esso è molto forte e combattivo.
Durante la caccia, le parole frequentemente usate dagli arpionieri più anziani, nel descrivere il pesce spada sono: “furbo”, “guerriero”, “schiva i colpi”, “fugge”, che si trasforma cambiando colore quando il tempo è instabile, ma che cambia colore anche quando muore. Una morte che avviene in un rapporto agonistico fortemente ritualizzato: spada contro arpione.
L’attesa per individuare la preda, a volte era lunghissima e accompagnata da interminabili silenzi, rotti solo dal gorgogliare delle onde, dalle quali i marinai si lasciavano cullare.
Il grido di avvistamento della vedetta e l’agitarsi di bandierine erano seguiti da un succedersi di ordini impartiti in greco. La segnalazione in greco si è tramandata per secoli: Marco Antonio Politi, vissuto nel 1500, scrive che i segnalatori, dettavano, a quelli che erano in barca, gli ordini in greco perché convinti che se ne avessero segnalato la presenza in un’altra maniera, il pesce sarebbe fuggito.
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