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Speciale Col - Angolo della Natura

La ginestra nel comune di Longobucco
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La ginestra nel comune di Longobucco in Calabria. Foto realizzata dal dott. Francesco De Simone
Foto realizzata dal dott. Francesco De Simone
Maggio e Giugno sono i mesi in cui i boschi si colorano di grandi distesi di fiori. A Longobucco (cs), il comune più rappresentativo del Parco Nazionale della Sila, la Ginestra fiorisce con il suo indistinguibile giallo. Tutte la montagne si coprono di immense distese di “macchie gialle”, creando con gli altri fiori e con il verde dei pini e castagni un paesaggio a dir poco fatato. La ginestra è una delle protagoniste dell’Arte della Tessitura, che a Longobucco primeggia in tutta la regione, in quando forma d’artigianato unica nel suo genere.
A Longobucco esisteva un ginestrificio che serviva a trasformare le piante, nate spontaneamente sulle pendici delle montagne, in fibre che poi venivano lavorate ai telai. Dopo spaventosi terremoti, il ginestrificio fu demolito per far posto alle case popolari, nonostante esistevano altri posti edificabili, occupati però, dagli orti che erano di fondamentale importanza per la sussistenza alimentare; così si è cancellato un pezzo di storia di Longobucco, un segno del suo passato, un reperto di archeologia industriale.
Quandola ginestra raggiungeva la piena maturità, le donne di buon mattino, si recavano nei boschi per i ripidi burroni, per tagliare i rami che venivano raccolti in manipoli. Questi venivano a loro volta ripiegati su se stessi in modo da formare dei mazzetti della lunghezza di 20-25cm e poi legati in grossi fasci del peso circa di 10kg ciascuno e portati alla riva del fiume per l'operazione di scarto. Qui venivano tuffati in grandi caldaie di rame per essere bolliti. A bollitura ultimata, i mazzetti venivano estratti dalla caldaia per essere raffreddati, quindi riuniti in fasci di venti ciascuno, venivano di nuovo trasportati alle fiumare dove restavano immersi nell'acqua per circa otto giorni sotto il peso di grossi massi. Si otteneva la fibra grezza e la rama nuda , cioè la parte legnosa, che asciugata al sole, serviva per accendere il fuoco. La fibra grezza veniva posta su grosse pietre in riva al fiume e battuta con una mazza di legno (copano) per liberare i fasci fibrosi dal tessuto corticale. I mazzi venivano quindi risciacquati più volte e messi ad asciugare al sole fino ad assumere il colore iankulinu, si avevano cosi le stuppe , delle filaccie grezze molto grossolane. Per ottenere fibre per gli usi tessili, si continuava il ciclo di lavorazione. Per ottenere tessuti per le lenzuola e le tovaglie, occorreva sottoporre la stuppa alla cardatura: si preparavano due tavolette di legno anche di forma circolare e ricoperte di cuoio su cui erano infissi decine di chiodi. Tra i denti di queste spazzole, fissata su una scala a pioli, si metteva la stuppa e si ricopriva con l'altra metà, in modo che la stuppa, scorrendo si allungava dando origine all'ordito, mentre la fibra rimasta tra i due denti del cardo, dopo filata dava origine al filo per la trama. Le fibre, del peso di 200-300 grammi, venivano poi filate mediante la rocca e il fuso e poi lavorate al telaio.
In dialetto longobucchese la ginestra veniva detta cordicedda , per la qualità più grossolana e rustica rispetto alle altre materie utilizzate.
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Articolo a cura di dott. Francesco De Simone



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