genitore. Nella società contadina vigeva la famiglia patriarcale, nella quale il potere era detenuto dal pater familias, talvolta un vero tiranno. I nostri avi ci hanno tramandato: Cu’ patri e cu’ patruni ‘ndavimu sempri tortu e mai ragiuni. (Col padre e col padrone si ha sempre torto e mai ragione). Ed ancora:
Attacca ‘u ciùcciu aundi voli ‘u patruni. (Lega l’asino dove vuole il padrone).
‘A raggiuni jè du cchjù forti. (La ragione è del più forte). Infatti:
‘A petra no’ poti struzzari c’ ’a cortara. (La pietra non può urtare con la brocca). L’esperienza insegna che: Paga ‘u giustu p’ ‘o peccaturi. (Il giusto paga per il peccatore). Non rimane che rassegnarsi: ‘Mbàsciati juncu c’ ’a hjumara passa!. (Piegati, giunco, al passaggio della fiumara!). Si dice che:
Cu’ si leva ‘u primu cumanda. (Chi si alza per primo comanda). Ma è pur vero che: ‘A leggi è uguali pe’ tutti: cu’ avi i dinari si ‘ndi futti!. (La legge è uguale per tutti: chi possiede il danaro se ne infischia). D’altronde è radicato il concetto che: Cu’ no’ rrobba non avi rrobba. (Chi non ruba non acquista beni). Alla fine: L’omu onestu mori ‘mpisu. (L’onesto muore impiccato).
Il male per attirare adepti assume fattezze gentili, come notiamo nella visione onirica di Dante. Al poeta si presenta una megera balbuziente e storpia, simbolo dell’avarizia, della gola e della lussuria:
Mi venne in sogno una femmina balba,
negli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba. (Purg. XIX, 7-9).
Egli si spaventa, ma insistendo a fissarla nota che i difetti si attenuano e che la donna ripugnante assume le sembianze di un’affascinante sirena:
Poi ch’ella avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto. (Purg. XIX, 16-18).
L’allegoria risulta evidente: chi non abbandona il vizio ne resta fatalmente prigioniero. L’antitesi del male sta nell’imperativo: Ama il prossimo tuo come te stesso! Rispondendo ad una lettera Carlo Cremona sostiene: «Quando Cristo ci ha assegnato come comandamento essenziale quello dell’amore, non ci ha dato una regola di vita esclusivamente religiosa, ma ci ha rivelato la struttura morale dell’uomo che se non ama muore (chi odia il proprio simile è già un assassino, dirà S. Giovanni); e se non si salva questa struttura, viene compromessa la convivenza umana in tutti i suoi aspetti di civiltà, persino quelli economici». (Da: La speranza che è in noi, Rusconi - MI, 1978).
Nella discordia, dunque, tutto fallisce e la stessa vita si rivela priva di senso. Domenico Caruso - S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)
Bibliografia essenziale:
1) Domenico Caruso, Proverbi di San Martino - Dalla rivista “Folklore della Calabria” - Palmi (RC), Anno IV n. 2/3 - Aprile/Sett. 1959;
2) Serena Foglia, I nostri sette peccati, Rizzoli - MI, 1990;
3) Vito Lozito, Alla radice del vizio, Levante editori - BA, 2003;
4) Padre Silvestro - Pietro Morabito, I Papi calabresi, ristampa V. Ursini Ed. - CZ, 1996;
5) Giorgio Papaluca, Lo sparviero e l’usignolo - Vol. I - Arti Grafiche Edizioni - Ardore M. (RC), 1994;
6) Domenico Caruso, La crudeltà, un vizio capitale - Su “La Piana” di Palmi (RC), Anno V n. 3 - Marzo 2006.
Articolo di Domenico Caruso
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