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L’ottavo vizio capitale: la crudeltà di Domenico Caruso

I Padri della Chiesa, assorti nella contemplazione del divino amore, nel codificare i vizi capitali hanno omesso la crudeltà che esulava dalla loro concezione del mondo. Dal punto di vista della teologia morale i sette peccati rappresentano una trasgressione alla legge soprannaturale, mentre la crudeltà o malvagità è un torto inflitto esclusivamente ad un’altra persona.
In ogni tempo sono stati compiuti efferati delitti contro religiosi e laici: santi scorticati ed arsi vivi, rivoluzionari impiccati e decapitati, interi popoli torturati. Ad esempio, la sete del danaro e del potere è costata ben cara a Frate Giovanni Filogato da Rossano (CS), già nominato Vescovo di Piacenza per il suo alto ingegno e per la sua bontà di vita. Accettando nel 997 dal nobile romano Crescenzio l’elezione ad antipapa con il nome di Giovanni XVI, egli procurò un gran torto ad Ottone III che in precedenza l’aveva favorito. Il legittimo Pontefice Gregorio V dovette fuggire in cerca di salvezza e fu tale lo sdegno del cugino imperatore per l’usurpazione che, rientrato nella città con un poderoso esercito, fece catturare il calabrese rifugiatosi tra le sue genti.
Afferma Padre Silvestro Morabito, nativo di Taurianova (1929-2005): «Quando Ottone III se lo vide innanzi diede sfogo alla sua vendetta: gli fece cavare gli occhi, mozzare le orecchie, troncare il naso e postolo sopra un asino rognoso, ormai col viso sfigurato e sanguinante rivolto verso la coda, lo fece condurre per le vie di Roma additandolo al disprezzo dei romani, mentre un araldo gridava:
- Ecco Giovanni, colui che ha osato farsi chiamare Papa! - Poi lo fece rinchiudere in catene». (Da: I Papi calabresi).
Gregorio V, rioccupato il trono, fece curare il povero Filogato - non per pietà - ma per sottoporlo ad un processo legale. Il traditore, quindi, spogliato degli abiti pontificali e rivestito d’una ruvida tunica, fu riportato in carcere dove morì pochi mesi dopo fra atroci sofferenze. Non meno raccapricciante fu la sorte di Crescenzio, decapitato e scaraventato da un’alta torre prima che il suo corpo venisse appeso ad un patibolo.
Secondo un rapporto di Amnesty International, ben pochi paesi rispettano la Dichiarazione dei diritti dell’uomo che hanno sottoscritto.
Lupus est homo homini, non homo. (L’uomo è un lupo per l’altro uomo, non un uomo). La sentenza di Plauto, che nella commedia latina aveva un diverso e più limitato significato, è divenuta il simbolo della sopraffazione e della violenza umana. Il concetto è stato ripreso da Thomas Hobbes: il caotico diritto naturale, caratterizzato da una guerra permanente (homo homini lupus), secondo il filosofo inglese viene superato soltanto dalla formazione dello Stato tramite il patto civile deferito al re.
La malvagità comprende tutti i peccati capitali divenendone essa stessa un vizio. Per Pier Damiani ha come simbolo il polipo che, usando l’astuzia, si mimetizza con la roccia e cattura i pesci ignari dell’inganno.
Significativa è la favola antica tramandataci dal poeta greco Esiodo.
Uno sparviero, simbolo della violenza, ha stretto fra i suoi artigli insanguinati e portato in alto tra le nubi un mite usignolo, dolce cantore delle notti lunari.
Osserva Giorgio Papaluca: «Il rapace, arrogante e crudele, vanta il diritto del più forte, come legge di natura. Rivolto al suo innocuo prigioniero dice: - Infelice, perché ti lamenti? Ti tiene uno molto più forte; dove vorrò dovrai venire, e a nulla ti varrà il tuo canto; io posso fare di te un boccone, oppure lasciarti andare. Stolto è chi vuole contendere con uno più forte: è vinto e alla vergogna aggiunge il danno. - Il più caro fra gli uccelli, indifeso, non emette note melodiose, ma fiochi lamenti di paura e di morte». (Da: Lo sparviero e l’usignolo - Vol. I).
La crudeltà più esecrabile viene spesso consumata fra le mura domestiche.
Classico esempio è il mito di Progne e Filomela, riportato nelle Metamorfosi di Ovidio. Tereo - re dei Traci, dopo aver violentato e mozzato la lingua alla cognata Filomela, la rinchiude in una prigione. La sventurata, non potendo parlare, ricama l’accusa di stupro su una tela bianca. Venuta a conoscenza dell’accaduto la sorella Progne, moglie dello sciagurato, libera Filomela e medita la vendetta. Allo scopo, trascina con sé nel bosco il figlio Iti, somigliante del padre, lo uccide e lo decapita ferocemente prima di tornare alla reggia e prepararlo in pasto al marito. Da parte sua la cognata, intervenendo, lancia in faccia a Tereo la testa dell’innocente. Mossi a pietà, gli dei trasformano i quattro protagonisti in altrettanti diversi uccelli.
Molto nota è l’altra storia riguardante la maga Medea che, invaghitasi di Giasone, l’aiutò nella conquista del vello d’oro. Quindi, fuggita con l’eroe, fece tagliare a pezzi Pelia dalle proprie figlie (dando ad intendere di volerlo ringiovanire), per aver detronizzato Esone - padre del suo uomo. Costretta ad allontanarsi, raggiunse Corinto dove Giasone s’innamorò di Creusa, figlia di quel re. Ma Medea volle vendicarsi uccidendo i suoi figli sotto gli occhi del

 

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