Possiamo dividere l’opera di Fantino in tre sezioni: 1) Saggistica: Scàmpoli (4 volumi - 1958/1964); Leopardi: Canti - Interpretazione e saggio introduttivo - (1956); Saggio su Papini - (postumo - 1981). 2) Narrativa (due parti) - Novelle: Uno strano smarrimento - (1960); La città incantata - (1961); Ho baciato sette ragazze - (1962); E’ proibito sognare - (1969). Romanzi: Parole a Maria - (1961); La biografia di nessuno - (1970). 3) Teatro: Appunti per sei drammi - (1972).
Fantino “è un pensatore che non è mai pervenuto a compromesso con la propria fede, un uomo che non ha mai prostituito il suo ingegno al potere né il suo animo alla sventura”.
«Non c’è mestiere più inutile», si legge nell’ “avvertenza” del Saggio su Papini, «di chi si serve della penna a illuminare o ad ammaestrare il suo prossimo… Chi pretende d’illuminare o di abbuiare l’umanità con la parola scritta è nelle condizioni del bambino che pretende di aumentare la potenza del sole o delle tenebre accendendo o spegnendo un lumino da notte. Il mondo s’accende o si spegne da sé e chi s’ illude di aiutarlo in qualche modo nella bisogna è un ingenuo o un furbo di tre cotte… Si scrive per un desiderio di liberazione anche quando si scrive d’altri». E, conclude l’autore: «Se, nello scrivere, ho male impiegato il mio tempo, non chiedo scusa a nessuno, perché non v’è errore più grave di quello che vuol farsi perdonare speculando sull’educazione o sulla debolezza degli altri».
A proposito di Scampoli, Fantino ribadisce nella “quasi prefazione”:
«L’obiettività di giudizio, che caratterizza il saggio storico, critico, estetico è cosa d’altri tempi. Oggi anche lo sbadiglio è una forma di dichiarazione di guerra. Guerra d’interessi, siamo d’accordo, e non di idee; ma sempre guerra, e guerra ad oltranza. Unite venti italiani in un caffè, in una sala da ballo, in un campo sportivo: dopo cinque minuti li troverete scissi, dissidenti, nemici. Prendete due libri storici che trattano il medesimo soggetto: fanno a pugni anche loro. Leggete due corsivi su uno scandalo di banca o due notizie di cronaca nera: non c’è caso di raccapezzarsi neppure lì».
Nei servizi polemici del primo volume, come negli altri che seguiranno, l’autore si prefigge di correggere storture e di chiarire confusioni di giudizio.
«La Storia è o non è, secondo l’angolo visuale da cui si guardano i fatti da essa generati…». Gli scrittori tipici delle epoche di decadenza e di crisi… «non la negano nel suo sviluppo di lotta di classe, di conquista dei mezzi di produzione, di urto tra capitale e lavoro, ma la negano nella dialettica dei suoi contrari, nell’armonia della sua struttura perché, mostrando la realtà umana del lavoratore, dell’uomo della strada e via dicendo, tentano di sopprimere l’altra realtà, quella superiore dell’uomo artefice, del personaggio rappresentativo, del creatore di valori religiosi o estetici. Non svuotano la vita del suo significato, la riducono a un piano grigio e uniforme. E ciò facendo, operano con ingiustizia perché la Realtà - comunque la si possa guardare e giudicare - adombra l’aspetto della Natura ed è perciò variegata, multiforme e complessa. Un’epoca storica è come l’affresco d’un paesaggio che può essere, di momento in momento, bello o brutto, mostruoso o incantevole, secondo l’angolo da cui si guarda e le zone che si guardano: vedere in esso un solo piano o una sola zona significa impoverirlo nei suoi motivi, svuotarlo d’ogni sua ricchezza. Atene del V secolo a.C. non è tutta nel Partenone, siamo d’accordo; ma neanche l’Egitto dei Faraoni è tutto negli schiavi che lavorarono a innalzare le Piramidi. Ogni civiltà è sintesi di valori in contrasto. Raggiungere l’armonia con la fusione di essi è opera del genio». «Da che mondo è mondo», l’autore chiarisce nel 2° volume di Scampoli, «gli scrittori si rimandano voci e pensieri e la novità consiste, caso mai, nell’ignoranza o nella durezza d’orecchio di chi legge… La novità c’è in questi scritti ma è come l’araba fenice: che c’è ciascun lo sa, ma dov’è nessun lo dice. E siccome non lo dice nessuno, mi prendo licenza di dirlo io, a costo di sembrare immodesto».
Ne La biografia di nessuno riscontriamo l’autentica personalità di Fantino, venuto alla luce in un piccolo centro della Piana, emigrante e uomo di cultura fuori corrente. Come afferma anche un suo illustre concittadino: è stato «uno scrittore che consumò la sua gioventù negli studi, per non essere assimilato ai copisti». Alla domanda se c’è dell’autobiografia nei suoi lavori, lo stesso Fantino risponde: «Non saprei. Ma so che ogni opera d’arte è una forma di autobiografia, com’è dei fendenti di Achille che Omero - essendo cieco - probabilmente invidiava. Dunque, una forma di autobiografia nostalgica, autobiografia alla rovescia». (Da: Appunti per sei drammi).
Per il centenario della nascita di Fantino, il 28 giugno 2008 l’Amministrazione Comunale di Melicuccà promosse una solenne manifestazione che coinvolse l’intera cittadinanza. Anch’io fui chiamato a far parte della commissione per l’esame degli scritti inediti che, appena pubblicati, renderanno felici i numerosi fieri ammiratori del professore. Soltanto così verrà, finalmente, resa giustizia!
Domenico Caruso - S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)
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