Nemo propheta in patria. (Lc IV, 24). Nessun grande ha fortuna in patria: io che conobbi Giuseppe Fantino, sono pronto a testimoniarne la verità. Negli Scàmpoli, contro ogni forma di omertà letteraria, sarà soltanto egli stesso a fare l’autocritica!
Nato a Melicuccà (R.C.) il 28 giugno 1908, dopo aver compiuto gli studi elementari fino al ginnasio nei paesi del nostro Circondario, s’iscrisse al Liceo di Roma ritornando con un’otite che gli procurò la sordità. Conseguì la maturità classica a Reggio Calabria e nel 1933 si laureò in lettere classiche presso l’Università di Catania. Fantino svolse - quindi - la sua carriera d’insegnante in diverse scuole italiane concludendola a Rimini - da dove rientrò molto infermo e, nonostante le amorevoli cure del fratello Ernesto, morì il 20 febbraio 1975.
Apprezzai il professore negli anni 60, allorquando insegnava all’Istituto Tecnico di Taurianova.
Il primo omaggio che in quell’occasione mi fece fu Parole a Maria, che lo scrittore sostiene d’aver ricevuto manoscritto e abbozzato - tra il 1946 e il ’48 - nei locali della Biblioteca Nazionale di Napoli da un reduce di guerra. La donna di cui si parla era forse un sogno o un incubo del povero amico ammalato, deceduto dopo breve tempo. Ma, se in principio la protagonista appare come un ricordo del passato, in seguito si parla di lei come di una persona vivente.
Galvanizzati dalle romantiche espressioni che il presunto innamorato rivolge a Maria, i giovani studenti cercavano morbosamente nel libro qualcosa di più personale riguardante l’autore. Pertanto, ebbi l’idea di vergare in fondo all’opera le testuali considerazioni: Ancora il cuore canta la sua pena / con voce roca e con voce ardita; / per una donna l’anima è smarrita, / per un’ingrata pace più non ha. // Canta e rimembra i suoi felici voli, / le notti insonni, le segrete cure: / pietoso trasse già dalle sozzure / colei che fu miraggio e nulla più. // Le tormentate ore senza fine / passan fugaci con malinconia, / ma le parole scritte per Maria / nessuno cancellare mai potrà.
A volte non è tanto il talento ufficiale, quanto qualche aneddoto o particolare, a permetterci di scoprire l'io profondo di un letterato o di un artista. Il mio poetico giudizio estemporaneo - infatti - venne gradito da Fantino, col quale intraprendemmo una sincera amicizia, nonché una proficua frequenza per tutto il suo periodo d'insegnamento nel nostro Comune. Spesso, al termine delle lezioni a Taurianova, s'incamminava verso casa ed io lo accompagnavo fino a San Martino. Da qui, raggiungeva la vicina stazione ferroviaria o quella di Amato, da dove prendeva la "littorina" per Gioia Tauro e poi per Melicuccà. Si era, così, instaurata un'esperienza peripatetica fra me giovane insegnante e il professore, esperto critico letterario, che contribuì alla mia crescita culturale. Appresi in anteprima dalle sue labbra quanto in seguito ebbi modo di leggere nei suoi libri: «La storia d'Italia è una ricca polifonia che canta il dramma della complessa anima italiana. Il genio d'Italia, oltre che politico, è genio poetico e profetico. Nella sua misteriosa armonia esso abbraccia e illumina ogni aspetto della vita. Non v'è ramo dello scibile in cui l'italiano non abbia lasciato una traccia di sé. Esso possiede tutte le volontà e tutte le possibilità. Ma l'equilibrio non è tra i suoi doni».
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