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Speciale Col - Gli Articoli dei COLlaboratori

Riflessioni con Alvaro attorno ad un festival

Si è da poco concluso il festival “Canti e Cunti” in Aspromonte.

L’Ente Parco Nazionale dell’Aspromonte ha affidato, d’intesa con cinque comuni del territorio (San Luca, Oppido Mamertina, Santa Cristina, Sant’Eufemia e Santo Stefano d’Aspromonte) e la Provincia di Reggio Calabria questa seconda edizione al Centro RAT/Teatro dell’Acquario Stabile di Innovazione della Calabria, che ne ha condiviso in pieno le linee guida e la politica culturale a cui si ispira.

Durante i 17 giorni di permanenza in Aspromonte, e soprattutto nei lunghi viaggi tra un comune e l’altro (tra un’ora e due ore di viaggio solo andata) tra tutti gli artisti partecipanti al festival sono maturate molte riflessioni attorno alla necessità di riscatto di questa regione, ormai troppo abituata ad essere sempre l’ultima in classifica negli indicatori di sviluppo, e ahimè prima, nelle classifiche della criminalità organizzata, della corruzione politica e nella cattiva amministrazione.

Se si aggiunge il processo di perdita di identità e di memoria in atto da più di un secolo, come conseguenza dell’emigrazione, della dispersione di una cultura millenaria , senza peraltro avere l’opportunità di elaborarne una nuova, con il modello consumistico e nazional-popolare come unica alternativa, il quadro è assolutamente devastante.

Le parole di Corrado Alvaro, in questo soggiorno aspromontano risuonavano ad ogni sguardo, ad ogni scorcio, negli occhi e nei modi della gente, nelle case e nelle strade. Continuamente presente quella sensazione di provvisorietà che la Calabria tutta, spesso infonde nel viaggiatore e quella sorta di irritante indulgenza dei suoi abitanti per il non finito, per il diroccato: Certa fatalistica rassegnazione e acquiescenza dei calabresi al corso degli eventi… (Alvaro) nella consapevolezza che prima o poi la fiumara, l’alluvione o il terremoto, le erosioni cui il territorio è periodicamente soggetto, arrivano a travolgere tutto, e si deve ricominciare da capo.

Per non parlare di San Luca dei luoghi così cari al grande scrittore calabrese, la sua casa nel cuore del centro storico, che si stacca dal resto, per la posizione e perché è interamente ristrutturata, mentre il resto del paese in alto è tutto abbandonato dai primi anni 70, quando l’ennesima alluvione ha costretto i suoi abitanti a ricostruire sempre più giù. Un caseggiato vasto, con discese e salite quasi impossibili, con tetti e solai sfondati, con tracce di vita vissuta ancora presenti, unico segno ancora intatto i numeri civici in maiolica. La gente, così attenta a chi arriva in paese, così diffidente, ma nello stesso tempo cosi accogliente, contraddizioni che si rincorrono in forma circolare con la loro disperazione, con la loro rassegnazione. E poi ancora le parole di Alvaro:

(…) Al mio paese, la piccola borghesia considera una grande prova di abilità arrivare a ingraziarsi con tutti i mezzi, anche i più bassi, chi comanda. La furberia al posto di ogni altra qualità umana. Chi non vi riesce è un imbecille, e chi non vi si adatta, un pazzo.(…) Il meridionale ha un tale desiderio del potere, poiché non conoscendo una libera società dipende tutto dai potenti, che è entusiasta del potere, qualunque esso sia…

Illuminante! parole scritte più di mezzo secolo fa, ma ancora straordinariamente e tragicamente attuali, sembrano scritte oggi:

Sparlavano di me per mettermi in cattiva luce presso i miei compaesani", "Dicevano che invece di scrivere libri avrei fatto meglio ad arruffianarmi con qualche ministro per riparare le strade di San Luca o sollecitare le pensioni sociali della povera gente. Mi hanno sobillato il paese intero, non ci posso mettere piede. Quando sento nostalgia, vado da mio fratello prete a Casignana, un villaggio dirimpetto al mio. Da lì sto delle ore a contemplare San Luca”.(…)

E poi cerchi le motivazioni di tanto degrado fisico e morale e già Alvaro ce le aveva indicate:

La fuga è, dunque oggi, il tema della vita calabrese. Lo è sempre stato in qualche modo, ma oggi si ha l’impressione d’una primitiva tribù che abbandona una terra inospite. E ciò è tanto più crudele in quanto la loro terra è bella. Ho sentito dire da molti stranieri che è una delle più belle terre d’Italia. Io non so perché l’amo, ma so che si fugge e si rimpiange con la sua pena; si torna e si vuol fuggire: come con la casa paterna dove il pane non basta……fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa.

Però questa gente, crede nella tradizione e, soprattutto nella memoria, unico baluardo contro l’oblio cui la natura sembra condannare certe opere e vite umane: la memoria è appunto, tema portante.

Esiste ed insiste ancora, in Aspromonte, anche tra i giovani una cultura della danza tradizionale, della tarantella, dell’organetto e tamburello che è un segnale di richiesta di aiuto, c’è un cordone ombelicale ancora non reciso che ci racconta di una necessità, e chi programma la cultura in questa regione deve assolutamente cogliere.

È urgente che si sviluppi in Calabria una politica culturale tesa al recupero dei valori etici di una cultura tradizionale che è sempre stata in simbiosi con la filosofia naturalistica di Telesio e Campanella, che certamente non è in contraddizione con uno sviluppo economico moderno, con un’agricoltura che rispetta la vocazione del territorio, con un turismo intelligente.

Sempre Alvaro descriveva la Calabria come d’una contrada inaccessibile; il mare non l’ ha finita di lavorare né le piogge di livellare; la sua struttura è ancora quella delle terre di recente emerse dal mare, è una montagna a grandi terrazze….

È vero. L’Aspromonte è un territorio straordinariamente ricco di contraddizioni, ad ogni tornante si sviluppa un paesaggio diverso, rocce in caduta libera, uliveti secolari che sembrano i boschi delle fiabe, siti archeologici, una temperatura meravigliosa, paesaggi mozzafiato, greggi di capre, pecore e maiali neri che pascolano liberi. La prima riflessione è: perché tutta questa ricchezza non produce altrettanta ricchezza?

Perché un popolo gentile ed accogliente alcune volte anche in maniera esasperante, non riesce a farne di questo valore un mezzo di sviluppo turistico?

Perché una regione che spende milioni di euro in eventi spettacolari, non riesce a proporre altro che sagre, notti bianche, sfilate di moda e marchette televisive?

Onore all’Ente Parco nella persona del suo Presidente Leo Autelitano e tutti gli altri partner, che ci stanno provando, con il festival Canti e Cunti si tenta una programmazione che vuole raccontare una memoria ed un’identità usando un linguaggio contemporaneo per parlare agli uomini di oggi, ma come è difficile parlare con gente disorientata, spaesata, inquieta.

Aveva ragione un altro grande studioso del sud, Ernesto De Martino che diceva: “solo chi non ha un villaggio vivente nella memoria è un apolide. Solo chi ha un villaggio vivente nella memoria è un cosmopolita”.

Allarghiamo queste riflessioni ai nostri amministratori.

Dora Ricca

 

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