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Speciale Col - Gli Articoli dei COLlaboratori

Questa Calabria grande e amara

Non dimenticherò mai la tristezza provata il 14 aprile 1965 nell'apprendere la tragica fine di Franco Costabile, grande innamorato della nostra Regione:
Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.
Si spegneva per sempre un'autentica voce dei nostri tempi, che scorgeva nell'emigrazione un motivo di emarginazione:
Ce ne andiamo
con dieci centimetri
di terra secca sotto le scarpe
con mani dure con rabbia con niente.
Vani sono risultati i suoi tentativi di fuggire dalla realtà, poiché anche la speranza di un riscatto si rivela ancora lontana:
Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio
Calabria infame.
Pure i nostri cari, nell’allontanarsi dal luogo natio, hanno espresso l’amarezza del distacco. Così scriveva l’adolescente Rocco nel 1981:
Un giorno anch’io me ne andrò
da questa Terra di dolore;
anch’io nella valigia con lo spago
custodirò gelosamente il cuore.
Indietro non girerò
gli occhi ancora lucidi di pianto,
ma forse alla mia mamma e alla mia gente
perennemente leverò il mio canto.
Il bimbo rivedrò col muso sporco
nell’aia accanto al cane ed al maiale,
il vecchio curvo sulla zappa intento
a trarre un pane che ben sa di sale.
I giovani sbattendo forte i tacchi
lasciarono la polvere e la rabbia
a chi più in alto siede e detta legge
per mettere negli occhi bende e sabbia.
Anch’io sarò lontano
per certe facce che non senton scorno:
coi cittadini onesti da lontano
la farsa seguirò del Mezzogiorno!
(Da: D. Caruso, Storia e Folklore Calabrese, Centro Studi “S. Martino” - S. Martino - R.C., 1988).

L’emblematica composizione, (al 2° posto nel V premio Nazionale di poesia Città della Spezia riservato ai giovani), rivela il cordone ombelicale che unisce ogni buon calabrese al proprio paese. Anche se, in un certo senso, il problema del Sud è stato ridimensionato, non si può ignorare il sacrificio di quanti hanno lottato per la nostra rinascita.
Anch’io, quasi come un mesto presagio, prima di aver i capelli bianchi ed assistere all’allontanamento di figli e nipoti, ho scritto L’addio dell’emigrante:

E’ giunta l’ora di dover partire
da te, diletto, semplice paese:
è tanto lancinante il mio soffrire
che voglio un poco renderlo palese.

Addio, chiesa amata; San Martino
e Tu Colomba Vergine Maria
nel cor per sempre avrete un posticino
perché facciate luce alla mia via!

Ritornerà l’autunno, il nuovo vino,
la festa novembrina del Patrono,
prometterà il ciel d’esser turchino
e tutti aspetteran qualcosa in dono.

Ma io sarò lontan da questa Terra,
separerà la patria il vasto mare,
avrò nel petto una crudele guerra
e il desiderio di poter tornare.

Stan qui sepolti amici e familiari,
risiede qui la nostra brava gente,
i bimbi e i luoghi tutti mi son cari
perché stanno scolpiti nella mente.

Un dolce pianto righerà il mio viso
quando mi pungerà la nostalgia
e non avrò la pace, né il sorriso,
finché non rivedrò l’Italia mia.

(Da: Domenico Caruso, La Calabria e il suo poeta - (Premio “Era Lacinia”) - Ed. Ursini, CZ - Novembre 1978).

Se la natura è stata generosa con la nostra Terra, di tutt'altro avviso si è dimostrato l'uomo. In un famoso brano così Leonida Répaci descrive la nostra situazione al momento della Creazione Universale: «Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila Kmq. di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a se stesso di fare un capolavoro.
Si mise all'opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi.
Diede alla Sila il pino, all'Aspromonte l'ulivo, a Reggio il bergamotto,…a Palmi il fico,…a Gioia l'olio,…a Rosarno l'arancio,…alle montagne il canto del pastore errante da uno stazzo all'altro,…alle spiagge la solitudine, all'onda il riflesso del sole… Assegnò Pitagora a Crotone,… Ibico a Reggio,…Gioacchino da Fiore a Celico, Fra Barlaam a Seminara. San Francesco a Paola,…Gemelli Careri a Taurianova, Manfroce a Palmi, Cilea pure a Palmi, Alvaro a San Luca, Calogero a Melicuccà…
Poi distribuì i mesi e le stagioni alla Calabria. Per l'inverno concesse il sole, per la primavera il sole, per l'estate il sole, per l'autunno il sole…
Operate tutte queste cose nel presente e nel futuro il Signore fu preso da una dolce sonnolenza in cui entrava la compiacenza del Creatore verso il capolavoro raggiunto. Del breve sonno divino approfittò il Diavolo per assegnare alla Calabria le calamità, le dominazioni, il terremoto, la malaria, il latifondo, il feudalesimo, le fiumare, le alluvioni, la peronospera, la siccità, la mosca olearia, l'analfabetismo, il punto d'onore, la gelosia, l'Onorata Società, la vendetta la vendetta, l'omertà, la falsa testimonianza, la miseria, l'emigrazione.
Dopo le calamità, le necessità: la casa, la scuola, la strada, l'acqua, la luce, l'ospedale, il cimitero. Ad esse aggiunse il bisogno della giustizia, il bisogno della libertà, il bisogno della grandezza, il bisogno del nuovo, il bisogno del meglio».
A questo punto toccò al diavolo prendere sonno ed il Signore svegliandosi incominciò a riportare l'ordine. Purtroppo, i mali scatenati dovranno seguire la loro parabola ma non potranno più impedire alla Calabria di essere come Dio l'ha voluta.
Nell'introduzione a Il grande libro della Basilicata e Calabria - (A. Mondadori, 1987), anche Folco Quilici si serve di "quel maestro di vita e di viaggi che tutti ben conoscono", Guido Piovene, per descrivere la nostra Regione:
«Ricordo quando - alla fine degli anni '60 - partendo per uno dei miei ennesimi viaggi nell'estremo Sud, mi diede un appunto prezioso sulla Calabria: - Quel Dio capriccioso, di cui parlano alcune favole, che dopo avere creato diversi mondi, si è divertito a frantumarli e a mescolarli insieme, sembra essere stato il Dio della Calabria -».
E' proprio vero!
La Calabria ha una fisionomia e un carattere molto differenti non soltanto dalle altre regioni italiane, ma addirittura dalla vicina Sicilia.
Gli studiosi hanno sempre messo in risalto l'aspetto fisico della nostra Terra che prevale su quello umano. Natura e cultura non riescono mai a fondersi: il processo di mutamento è abbastanza lento rispetto ad altre zone in cui la civiltà industriale si è sviluppata in modo stabile e graduale. Il motivo principale è da ricercarsi nel nostro territorio montuoso; grandi vette e corsi d'acqua ci dividono dalla Basilicata.
In passato questo caratteristico volto selvatico ha peggiorato la nostra condizione di isolamento. Gli esperti, che dal seicento all'ottocento viaggiavano per conoscere l'Italia, giunti in Calabria si servivano delle navi perdendo di vista le nostre bellezze.
Purtroppo, non tutti hanno avuto a cuore le sorti della nostra Regione.
Per secoli si è parlato dei Calabresi come di mostri e di gente selvaggia e sanguinaria. Stendhal, pur non avendo mai visitato la nostra Terra, ha fatto intendere d'aver compiuto nel 1817 un viaggio in Calabria e di aver trovato uomini brutti in modo straordinario. «Ci siamo fatti accompagnare da tre contadini armati durante la nostra visita alle rovine di Locri. Mai briganti ebbero facce così spaventose…», ha affermato lo scrittore francese senza neanche accennare ai resti archeologici del centro ionico. Non diversamente si è dimostrato Cesare Lombroso, noto per aver spiegato la degenerazione morale del delinquente come effetto di anomalie fisiche.
Il celebre criminologo, ritenendoci individui inferiori, ha sostenuto la teoria di una certa borghesia che spiegava l'arretratezza del Sud come un fattore di razza.
Il discorso non è facile, ma è indispensabile per comprendere il nostro intimo dolore ed il perché del mancato decollo.
Ognuno di noi deve prendere coscienza della propria storia ed apprezzare l'opera di tanti valorosi concittadini che si sono sacrificati per la conquista del posto che ci compete nel mondo.
Facendo nostra l'esortazione di Armando Scaglione nella prefazione al libro Calabria - (Banca Nazionale del Lavoro - 1962), ribadisco che è urgente più che mai far conoscere a fondo la Calabria, «così com'è nella realtà e come questa realtà si è formata via via sin dai tempi più lontani e attraverso vicende per lo più dolorose, che negli ultimi secoli non hanno neppure fatto storia, pur incidendo sulla natura e sulla sorte del popolo calabrese. Perché questo è stato il grande dramma della Calabria: l'essere stata isolata, avulsa per lunghi secoli di stasi dalla vita dell'Europa, l'essere stata tagliata fuori dalle correnti di pensiero, dalle lotte, dalle guerre, dai commerci, dalle scoperte che trasformavano l'Europa».
Non mi resta, pertanto, che dimostrarmi sempre disponibile a fornire alla Calabria il mio modesto contributo per un suo futuro migliore.



Domenico Caruso - S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)
 


















































































































































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