Accanto agli argenti di manifattura napoletana la Calabria custodisce pregevoli testimonianze siciliane, della vicina Messina soprattutto, ma anche di ambito palermitano. Questi esemplari - calici, pissidi e ostensori - tramandano il variegato gusto della committenza ecclesiastica locale e le fogge elaborate dagli artefici messinesi, tra i quali si segnalano Mario D’Angelo, Pietro Donia e Giuseppe Sicari.
In mostra una bella selezione di mante, coperture argentee di venerate immagini sacre alquanto diffuse nel meridione d'Italia continentale e insulare.
Inedito l'esemplare di Rossano, opera più unica che rara di Orazio Scoppa, cui fu commissionata da mons. Pietro Antonio Spinelli che resse la diocesi dal 1629 al 1645. Alle botteghe isolane si può ascrivere la manta della
Madonna della Grazia di Carpanzano che reca punzoni di difficile identificazione, uno forse riconducibile al messinese Stefano Vinci.
Un'attenzione particolarissima desta il bellissimo calice in filigrana del 1726 della Cattedrale di Gerace, di argentiere messinese. Raffinata l’esecuzione della filigrana, di cui i siciliani furono straordinari artefici, e che nel contesto dei lavori avviati per questa mostra ha permesso di distinguere e diversamente interpretare altri manufatti realizzati in filigrana, proponendone l’assegnazione a botteghe napoletane o addirittura cosentine, come lo sportello di tabernacolo realizzato nel 1780 a Cosenza dall'ancora poco noto Andrea
Schiavarelli.
Gli studi intrapresi in occasione di
Argenti di Calabria hanno aperto affascinanti scenari e ipotesi di ricerca volte a rintracciare quanto resta della produzione dei rari argentieri calabresi, dei quali è noto il solo nome: Francesco
Aucello, Giuseppe
Barbaro, Filippo
Galassi e Giuseppe
Sorbilli di Vibo Valentia, Nicola
Aquilina di Crotone, Santo
Gioffé, Giacomo
Longo e Giuseppe
Papalia di Reggio Calabria, Vincenzo
Monterosso di Sant’Eufemia d’Aspromonte, Tommaso
Serra di Cosenza e Vincenzo
Silipo di Catanzaro.
Tra questi, solo Giuseppe
Sorbilli è documentato con opere a Bivongi, Dasà e Soriano Calabro, grazie al punzone pubblicato da Elio e Corrado Catello.
La mostra annovera altre emblematiche presenze, ancora in via di definizione, come l’argentiere che ha realizzato il calice del Santuario della Schiavonea di Corigliano. Un’opera elegante, raffinata ma che al momento appare avulsa dai conosciuti repertori meridionali. Essa, come è stato rilevato, si deve alla committenza prestigiosa dei feudatari di Corigliano, i Saluzzo di Genova, che potrebbero essere stati il canale privilegiato per l’arrivo del singolare oggetto. Allo stesso modo, al vescovo di Crotone Gaetano Costa si riconnette la presenza di un Servizio Pontificale che reca i punzoni di Johann Mittnacht e di Martin Muhrböck, argentieri attivi tra Sei e Settecento rispettivamente ad Augusta e a Vienna.
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