Per il Seicento la ricerca condotta sul territorio ha tratto dall’oblio manufatti di grande interesse, giungendo a individuare una “ scuola argentaria ” di tutto rispetto a Castrovillari: la bottega orafa di Bernardino e Giuseppe Conte, documentata in mostra con opere che vanno dal 1607 al 1677.
Delineata criticamente e storicamente da Biagio Cappelli, l'attività argentaria dei Conte, pietra miliare per l’attribuzione di molta suppellettile secentesca di Calabria, allo stato attuale degli studi è nota principalmente a livello locale, ma niente esclude, considerando la dislocazione territoriale del centro in cui si svolse, che possa aver varcato i confini dell’attuale divisione politica delle regioni.
Cospicua e sontuosa la statuaria del Settecento in mostra con opere dei più prestigiosi argentieri napoletani: da Gaetano e Nicola Avellino che nel 1738 punzonano la Santa Domenica di Tropea, a Nicola De Blasio che nei successivi anni quaranta realizza il busto di San Nicola di Mileto, da Filippo Del Giudice che esegue nel 1765 il San Nicola di San Marco Argentano, a Salvatore Franco e Gaetano Dattilo che realizzano nel 1772 la bellissima Assunta di Gerace. Il percorso si conclude con la quasi neoclassica Sant'Anastasia di Santa Severina del 1792 che si ritiene opera di Luca Baccaro o della sua bottega.
Corre l'obbligo segnalare ancora, altre e significative testimonianze del patrimonio argentario settecentesco purtroppo non presenti in mostra: lo splendido busto di Santa Veneranda della chiesa di Sant’Anna di Gerace, ora nel Tesoro della Cattedrale, commissionato all ' inizio del secolo alla bottega messinese dei Juvara; il San Donato di Umbriatico che reca il punzone di Diodato Avitabile, il console che bollò nel 1744 gli Splendori di Filippo Del Giudice della Cappella del Tesoro di San Gennaro a Napoli; l’Achiropita di Rossano sagomata nel 1768 da Costanzo Mellino; l’inedita Immacolata del Santuario di Paola e il San Leoluca di Vibo Valentia sbalzato nel 1745 da Francesco Manzone, trafugato e mai più ritrovato, e del quale resta la sola mitria datata 1854 che si può ammirare in mostra.
Accanto al nutrito gruppo di busti e statue d'argento la Calabria custodisce un gran numero di ostensori monumentali. In mostra, il più antico esemplare finora noto, il cosiddetto Ostensorio di San Pietro di Tortora datato 1651, cui fa seguito quello del convento dei Cappuccini di Lamezia Terme con fusto raffigurante Sant’Antonio da Padova realizzato nel 1724 da Antonio Guariniello. Notevole è l’esemplare di Petrizzi databile nel sesto decennio del Settecento, il cui nodo figurato con due angeli che innalzano il Sacro Cuore e l ' originale apparato decorativo con foglie e frutti è abbastanza testimoniato nella suppellettile ecclesiastica settecentesca napoletana e, in Calabria, trova un altro e importante documento nell' ostensorio della chiesa di San Nicola Pontefice e San Pietro di Petilia Policastro realizzato da Biagio Giordano nel 1770.
Calici e pissidi sono ampiamente documentati con manufatti di rara bellezza, come l’inedito Calice delle Vergini di Cosenza assegnato a Sebastiano Avitabile, presentato in mostra quasi "pendant" del calice della chiesa di San Sebastiano Martire al Crocifisso di Reggio Calabria purtroppo quest'ultimo depauperato delle microsculture della base. Emerge su tutti l’interessante e straordinario Calice d’oro di Squillace realizzato nel 1762 su committenza di mons. Francesco Saverio Maria De Queralt, vescovo della diocesi dal 1748 al 1762. È un tripudio di luci e di forme, per gli inserti di medaglie e cammei sul sottocoppa e per le sezioni lavorate a giorno che accolgono microsculture che, nella base, danno vita ad una scenografica e minuziosa rappresentazione dell’Ultima Cena in sintonia con le ricorrenti iconografie del tempo. |