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Un impegno particolare veniva profuso, da grandi e piccini, nel preparare il presepe, che trae origine dalla sacra rappresentazione messa in atto da S. Francesco d'Assisi, in Greccio, nel 1223. Su d'un piano rialzato si costruiva uno scorcio di paesaggio, che per i monti, le valli e l'immancabile fiume, attraversato da un ponte, ricordava i nostri luoghi.
Tutto questo sembrava sottolineare che il Bambino non era nato chi sa quanto lontano, ma fra i nostri monti, dove, ogni anno, si ripeteva il prodigio. Muschio o zolle coperte d'erba (paniche) ricoprivano il piano. Le case, intagliate nella corteccia della quercia da sughero, avevano una sola facciata, quella esposta al pubblico, che avrebbe osservato il presepe. Erano dipinte col rosso al tetto e, come usava fare la massaia, col bianco della calce attorno alle finestre, ed il rosa o l'azzurro per il resto.
La neve, che si diceva fosse caduta in quella notte, veniva riprodotta spolverando farina di grano dappertutto. Sulla capanna si poneva, sistemandolo ad arco, un ramo di un arbusto spinoso detto, comunemente, "spina pùlici", per le sue spine minute, alle quali si attaccavano fiocchi di cotone, a simboleggiare la neve. I pastori venivano preparati dai più abili con la "creta nera" ed in parte comprati nei negozi. Quelli comprati erano opera degli abili vasai di Bisignano o di quelli operanti in alcuni paesi rinomati per l'arte ceramica.
Gli "artisti" davano alle figure, movenze ed abiti tipici delle nostre zone. I ragazzi, infatti, facevano a gara a cercare delle somiglianze somatiche con persone conosciute.
Non mancavano, oltre ai pastori ed alle relative pecore, le figure dei vari artigiani, la ragazza o la vecchia col gallo tra le braccia, l'altra con le uova nel cestello o fra le mani, lo zampognaro, la lavandaia (eppure era notte e tanto fredda quando nacque Gesù!), il frate cercatore col suo asinello, insieme ad altre figure contrastanti con la realtà storica, e tante e tant'altre.
Una figura d'obbligo era quella dell'incantato, rimasto proverbiale, tanto che, ancor oggi, di chi se ne sta imbambolato si dice: - Pari lu 'ncantatu 'e du prisèbbiu! - (Sembra l'incantato del presepe!). L'incantato era rappresentato da una statuina avente bocca ed occhi spalancati, e braccia aperte e sollevate in alto, per la maraviglia d'essersi trovato davanti al prodigio.
Questa statuina veniva posta in alto e davanti alla grotta. Tutto poteva mancare nel presepio, ma non lui: l'incantato.
Il Bambino non veniva posto nella mangiatoia se non alla mezzanotte del 24 dicembre e da quel momento tutti i pastori venivano progressivamente avvicinati alla grotta e, fra tutti, i re Magi, solitamente posti, col loro seguito, su quell'immancabile ponte sul fiume.
I Magi giungevano alla grotta all'Epifania, per portare i loro doni. Questa forma d'arte che impegnava per tempo ogni famiglia ora è quasi scomparsa sostituita dall'usanza dell'albero, che non è mediterranea, ma nordica. E, se in quei paesi si ha un sacro rispetto per le piante, da noi il Natale diviene un momento di distruzione di giovani abete e pini.
L'albero che trovava posto nel presepe era il corbezzolo (arùomulu), tipico della macchia mediterranea. Se ne raccoglieva qualche ramo carico di frutti e lo si poneva in una parte marginale della scena, attaccandovi qualche leccornia che non bisognava toccare, fino a tanto che il presepe faceva bella mostra.
Alla mezzanotte della vigilia chi non andava in chiesa, dopo deposta la statuina di Gesù nella mangiatoia, intonava, in coro "Tu scendi dalle stelle..." o altri canti popolari. Il presepe si smontava il giorno successivo all'Epifania.
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