L'attesa comprendeva un altro aspetto importante: la cura della persona. In occasione d'ogni festa "particolare", un tempo, si rinnovava, anche l'abbigliamento: l'abito (mutānna - Da "mutāri"= cambiarsi d'abito), gli accessori, le scarpe. Gli artigiani, in quei giorni, s'affannavano per poter finire e consegnare i manufatti che si sarebbero dovuti indossare al mattino del 25 dicembre, quando, sciamando in piazza, adulti e giovani potevano ammirare ed essere ammirati. Alcuni versi ricordano il calzolaio, generalmente senza lavoro per buona parte dell'anno. Il suo affannoso battere sulle suole notte e giorno, in occasione del Natale, fa arguire che, per l'occasione, incasserā tanto da divenire ricco:
'U scarpāru: ticchi! ticchi!
Sempri pōvaru e mai riccu.
Veni la sira de Natali:
si fa riccu lu scarparu (1)!
Ma era proprio vero che il calzolaio divenisse ricco? C'č qualcuno che, ad ogni buon conto, sottolinea la temporaneitā della sua ricchezza, ed aggiunge:
Pu 'finiscinu li lesti
e si ni va a dinara 'mprėestu (2) !
A Castrovillari si recita:
'U scarparu: ticchi! ticchi!
Sempre povere e mai ricch.
Quannu vene Natale
s'arricchisce lu scarpare.
Finisce la 'mpigna e la sola
e va cantannu la cicirignola (3).
Tutti gli artigiani, in effetti, dovevano aspettare l'approssimarsi delle feste per poter lavorare a pieno ritmo.
(1) Il calzolaio: ticchi! ticchi! / Sempre povero e mai ricco. / Viene la sera di Natale: / diventa ricco il calzolaio!
(2) Poi, finiscono le feste / e va a chiedere danaro in prestito.
(3) Il calzolaio: ticchi! ticchi! / Sempre povero e mai ricco. / Quando viene Natale / s'arricchisce il calzolaio. / Finisce la pelle e la suola / e va cantando la cicirignola.