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'U Misi e Natali, nella tradizione popolare del cosentino
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'A Strina
(3) Siamo venuti a questo palazzo d'oro, / non ci conviene d'andare più avanti; dentro vi abitate voi, cari signori, / il paradiso con tutti i Santi. Saluto porte ed archi e tegole / e poi saluto voi, cari signori; / carissimi signori e sua eccellenza / vengo alle grazie di vossignoria: / apri ché ti faccio riverenza / bacio la mano alla padrona mia. Che tu possa produrre tanto grano / più di quanto ne imbarca Cutro e Corìgliano. Che tu possa produrre tanta seta / più di quanto ne imbarca Napoli e Gaeta. Che tu possa produrre tanto vino / più di quanto ne imbotta Corace e paesi sottostanti. Che tu possa vivere tanti giorni / più di quante foglioline hanno gli olmi. Che tu possa fare tante di quelle feste / più di quante a Palermo c'è porte e finestre. Che tu possa vivere per tante sere / più di quante a Palermo ardono candele. Voltati, lingua mia, chè hai fatto errore / a [ al posto dei punntini sospesivi si pronunciava il nome del padrone di casa: Salvaturi, Giuseppi…], sun servitore. Ho cantato ad una corda d'acciaio / che possa……vederlo notaro. Ho cantato sopra un bicchiere / a.... possa vederlo cavaliere. La vedo andare come una bandiera / per casa cercando la strenna; / ad una mano porta un lume / ad un'altra mano la galante strenna. Ora, ragazzi. andiamocene, / restate con la pace dei santi; / ora, ragazzi, mettetevi in viaggio, / restate con la pace di Maria. / Non dissi: buona sera, quando venni; / buona sera e salute, e andiamocene. (Leo A., A strina, cantato di Panettieri, in "La Calabria, a. IV, n. 8, Monteleone, 15.4.1892).
(4) E buono anno, / fammi la strenna ch'è Capodanno. Quanto pesa questa pietra di piombo, / t'ant'oro possa entrare (in questa casa) ogni giorno. Quanti peli ha il porco, / tanti tomoli (possano entrare) di maiorca (varietà di grano). Quanti peli ha il cane, / tanti tomoli di grano. Quante penne ha il gallo, / tanti tomoli di coralli. Quante penne ha la gallina / tanti tomoli di farina. (Cerbella Gino, La sera di San Silvestro a Rossano, in Folklore, a. XII, n. 1, gennaio - marzo 1928).
(5) Quanti peli ha l'asino, / tanti tomoli di pidocchi (ti auguriamo). Quanti pesci ha il mare, / tanti figli possa dare alla luce. Quanti peli ha il mulo, / tanti calci in culo. Quanti peli ha il gatto, / tanti cancri ti vengano. (Ivi).
(6) Buonasera, signore mio, / buonasera ch'è Capodanno, / ti ho portato una pietra santa: / tant'oro tu possa avere tutto l'anno, / quanto pesa questa pietra pesante.
(7) La "Strina di Aprigliano" è riportata nell'opuscolo allegato al disco del Collettivo Dedalus di Cosenza. Forza compagni con questo bel canto / ché siamo del paese di Donnu Panm / Fammi la strenna che più mi vuoi fare / quella di Capodanno e di Natale / Quattro spuntoni e quattro angoliere / quattrocento anni campi la moglie / Ho saputo che hai messo il cannello / nella botticella del vino / E due olivelle le vogliamo pure / chè in questa casa vi sono di sicuro / Sento il rumore (sulle tavole) del sofitto / questo è il padrone che prende il moscato / Sento il rumore del tavolino / è la padrona di casa che prende il vino / Fammi la strenna e falla di prosciutto / se non hai coltello dammelo tutto / La voIpe lungo e corto aveva il pelo / non me ne vado da qui se prima non bevo / Auguri assai assai e lunga vita / apri questa porta ché la strenna è finita.
(8) Cari signnori, statevi a sentire / questa bella lode che vengo a farvi. / Questo palazzo possa prosperare / come prospera un campo di grano; / poi ch'io debba venire a servirvi, / quattromil'anni possiate campare... / Possiate produrre tanto grano / quanto ne imbarca Napoli e Corigliano; / possiate produrre tanto vino, / quant'acqua scorre giù per il fiume; / possiate fare tante feste / più che a Palermo v'è porte e finestre!.. / Voltati, lingua mia, chè hai fatto errore: / a Don Vincenzo gli son servitore. / Ho cantato sul suono d'una corda d'acciaio: / a Don Giuseppe gli auguro di divenire notaio. / Sento il rumore dell'impiantito del soffitto: / credo che stia per scendere verso di me il pane bucellato; / sento il rumore in magazzino: / credo che la padrona ora porti il vino. (A. Julia, Il Capodanno e l'Epifania in Calabria, in "La Tribuna Illustrata", a. XVI, n. 1, Roma 5 gennaio 1908).
(9) Siamo venuti per ricevere la strenna: / non vedi ch'è venuto Capodanno? / Fammi la strenna fammela di fico: / ti stia bene questo bel marito. / Fammi la strenna, e fammela di miele: / ti stia bene questa bella moglie. / Fammi la strenna, e fammela di danari: / che tu possa fare un figlio cardinale. / Fammi la strena, e fammela d'arance: / che ti stia bene questo figlio che piange! (ibidem).
(10) Ed ora, ragazzi, andiamo via; / restate con la pace dei santi. / Ora, ragazzi, mettetevi in via; / restate con la pace di Maria. / Non dissi: buona sera, quando venni; / buona sera e salute, ed andiamocene (Ibidem).
(11) In mezzo a questa casa pende una ruzzola, / quando cammini ti spezzi il collo! / In mezzo a questa casa pende un fuso, / che tu possa avere un figlio tignoso!..
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