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Anche per questa festività si aveva "la vigilia di magro". Si dava, perciò, vita ad un nuovo mini-cenone. A Corigliano sono da segnalare nel menu le "trìdici cosi": tredici varietà di frutta, fra le quali non dovevano mancare lupini, corbezzoli e mirtilli. Per l'occasione si spillava il vino nuovo. In questo giorno la notte decresce, ma di poco: quanto il passo di un pulcino, come recitano gli anziani:
A Santa Lucia:
accurcia la notti
e allonga la dia,
quantu 'nu passu 'e papicìa (1).
Altri evidenziano quanto si verifica nei giorni successivi:
Santa Lucia
quantu 'na papicìa;
a Natali
'nu pass"e cani;
'nu passu 'e voi
'e Natali in poi (Bocchigliero) (2).
Nel vecchio dialetto la Vergine catanese era detta: Santa Doja. La festa metteva gioia nei cuori, particolarmente in quelli dei piccoli, perché preannunciava l'imminente Natale. Quanti tenevano la contabilità dei giorni mancanti all'importante appuntamento recitavano:
'E Santa Lucia a Natali
trìdici juorni ci ha,
ma si buonu cuntu ti fa'
mancu dùdici ci nn'ha (3).
Dal tredici al venticinque incluso si hanno, infatti, tredici giorni, ma escludendo dal conto il primo, che ormai sta per passare, e l'ultimo, ché è già Natale, i giorni sono solo undici. Recitazione e calcoli si ripetevano, in quel giorno, ogni anno, riaccendendo la disputa se i giorni mancanti fossero undici o tredici. Si incominciava l'osservazione dell'andamento meteorologico dei "juorni cuntati": il 13 si diceva gennaio, il 14 febbraio e così via fino al 24 riferito a dicembre. Si era convinti che le stesse condizioni di tempo registrate nei "giorni contati" si sarebbero ripetute nei mesi corrispondenti. Il "meteorologo" popolare, inoltre, faceva rilevare che giorno 13 si sarebbe verificato beltempo o, al limite, si sarebbero avute ampie schiarite: "'a bontempata 'e Santa Lucia" (il beltempo di S. Lucia). Per l'occasione, in Acri, Bisignano ed altri paesi, si ripeteva un rito, di origine pagana. Si propiziava la feracità delle messi con un piatto a base di grano farro (4), detto "coccìa" (5), che, in parte, veniva distribuito tra i vicini di casa ed i poveri. A Cassano J. il piatto, detto "'a santalucìa", è a base di granturco; dopo averlo bollito si pone a raffreddare per una notte intera per condirlo col mostocotto al mattino successivo. La massaia, prima di fare quest'ultima operazione guarda i chicchi e dice di verdervi impressa l'impronta del piede della Santa, che durante la notte ha visitato e benedetto la casa. C'è chi dice di vedervi l'impronta d'una gallina (6). Nei Casali del Manco: Serra, Pedace, lotta, ecc. - come riporta il Padula, in "Calabria prima e dopo l'Unità", la "coccia" si preparava
"…nella festa dell'Addolorata (...) 1l grano si mette in mollo venerdì; sabato si bolle, e verso 23 ore si mette in pentola con salame bollito, e si manda al forno per levarnelo domenica mattina e mangiarlo a merenda…" (7).
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