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La Sila
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Era quella un tempo la terra della libertà ove chi aveva vissuto per anni molti da servo andava a vivere per pochi giorni da signore, perocchè, come scrissi altrove, il vecchio adagio silano è questo: “ Meglio un anno toro che cento anni bue ” ed in esso ci è tutta la Sila e ci è tutto il brigantaggio. Per un anno, per pochi mesi, che importa? Temuto dagli uomini, amato dalle femmine, protetto dai ricchi, servito dai poveri, pasciuto di carni succolenti, di vino generoso, vestito di velluto, armato di fucili damaschinati e di pugnali con l’elsa d’argento, sentendosi nella solitudine immensa e nei boschi profondi, dei quali sapeva ogni sentiero, ogni antro, ogni speco, libero come lo sparviero e forte come il toro, assaporando la voluttà di sentirsi lupo, lui che per tanti anni era stato agnello: che importa se domani, sorpreso a mezzo un banchetto, o un ballo, o un tripudio di passione, una palla di fucile lo farà rotolare cadavere in fondo a un burrone o lo farà cadere fulminato fra le braccia della sua donna o sul desco nella gozzoviglia, o se, dopo aver lottato come un cignale inferocito e aver ferito ed ucciso, sarà tratto dagli uomini della legge in un carcere oscuro, donde dovrà uscire per essere condotto al patibolo in mezzo a una folla di spettatori, tra i quali riconoscerà l’amico con cui banchetto, la bella femmina che fu sua, che importa? Per un anno, per pochi mesi avrà goduto, lui nato per soffrire la brutalità e l’ingordigia dei signori; si sarà pasciuto di cibi succolenti, lui che si sfamava con un pezzo di pan d’orzo o di granone, avrà dormito avvolto nell’ampio e ricco mantello presso un buon fuoco scoppiettante in una vasta caverna o sotto i pini maestosi, lui che per tanti anni aveva dormito nei fetidi canili e nell’immonde stalle presso ai buoi ed ai maiali: avrà amato e sarà stato amato dalle più belle contadine, lui che aveva visto le sorelle, la moglie, le figlie in braccio ai signori ingordi e feroci. Meglio un anno toro, che cento anni bue!
Sila in Calabria. Panorama
Sila di Calabria.
E dai paeselli sul versante delle montagne, da Pedace e da San Giovanni in Fiore, da Aprigliano e da Celico, da Longobucco e da Pietrafitta, da Gimigliano e da Cicala, la voce potente del bosco chiamava il bandito. Da Spartaco a Marco Berardi, da Tallarico a Seinardi, quanti di cotesti audaci ivi regnarono, quante pagine scrissero della fosca leggenda? Quali storie terribili narrar potrebbero quei pini neri e sinistri; che ferocie d’odii, di vendette, di passioni, di amori, di delitti! Quante urla di feriti, quanti rantoli di moribondi, quanti scoppi di risa infernali sull’offensore sgozzato, caduto nella insidia, quanti gemiti di rapite, e quanti scoppi ardenti di baci risuonano ancora nei fischi dell’aquilone che va nelle notti tenebrose squassando le chiome delle pinete! E nelle caverne, quanti accumuli di ossami, e sotto le pietre e sotto le querce quanti tesori nascosti, e pei sentieri e le balze quante croci che indicano ove cadde un ucciso e dove avvenne una strage! E quali ombre nelle notti profonde, vanno errando per quelle montagne che ebbero un nome ancora terribile nella leggenda! Ora il bandito è morto ucciso dalla libertà; la Sila è vedova del suo sposo terribile. Ora il paese che dava il bandito dà l’emigrante volgare, meschino, malaticcio che lascia deserte la terra e la casa, e va a continuar la vita di stenti e di miserie in America o in Africa.
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