Da Acri a Taverna per circa cento chilometri la Sila eleva
i suoi monti ove l’inverno cade la neve che imbianca le
foreste, seppellisce le case, colma i sentieri e segrega dal
resto del mondo i paeselli e l’estate sfolgora il sole che
feconda gli altipiani. Di un tratto, dopo una gola angusta
piena di tenebre, si apre una valle verde coperta di erba
foltissima, nella quale affonda il bufalo selvaggio, solitario
signore di quelle solitudini: dopo una immensa distesa di
piani acquitrinosi ove erranno le mandre, nereggia la foresta
immane coi pini fitti e giganti allacciati dà pruni e dall’eriche.
Il temporale vi infuria con i suoi rapidi scatarosci, col
rombo cupo del tuono, con la folgore guizzante livida che
schianta i pini e incendia le querce; poi, dopo i rombi e gli
schianti, dopo la rovina e la furia, silenzio di nuovo, il
silenzio solenne e terribile che tien dietro alle tempeste.
Qua e là biancheggia una casetta che alberga una famiglia
di montanari, che nulla sanno del mondo, che ivi nascono,
ivi soffrono, ivi amano, ivi muoiono ignoti a tutti, di tutto
ignari.
Le donne son belle è forti, hanno gli occhi neri e neri capelli, come dite che sono i vostri ed han la passione violenta nel cuore e nel sangue, la passione semplice, profonda, ingenua, che non conosce lascivie, né civetterie, né infingimenti, né fralezze; gli uomini sontorosi con le membra arse dal gelo e il viso arso dal sole, liberi come lo sparviero, agili come il lupo, schietti o ingenui come bambini, quantunque taciturni come coloro che vivono nella contemplazione dei grandi orizzonti, e nella fiera maestà dei monti. Il loro linguaggio è aspro, fischiante come l’aquilone, che li cullò, che ne arse le menbra e ne sferzò il volto; e la loro vita è buona, tranquilla, misera.
Colà un tempo cercava un sicuro rifugio il masnadiero, che nei boschi profondi, sotto un pruneto godeva del bottino guadagnato a colpi di fucile, mentre gli uomini della legge a pochi passi da lui battevano la campagna, a orecchie tese, gli occhi indagatori, il fucile spianato. Talora balzava al calpestio di un capriuolo, o di un cignale che sfondava un cespuglio per fuggire o di una volpe che sbucava squittendo, o di un lupo che balzava feroce, e per poco il silenzio della foresta era rotto da urla e da fucilate, mentre nelle fratte o nelle caverne profonde il masnadiero tripudiava gonfio di vino e di carne, novellando d’amore o facendo all’amore con le brune e forti fanciulle che da Gimigliano o da Garafa, da San Giovanni in Fiore o da Garropoli abbandonando madre e fratelli eran quivi venute sicure di trovar cibo e ricovero, per riposare in braccio alla passione dalle dure atroci quotidiane fatiche.
Talora gli uomini della legge vedevano
tra i cespugli luccicar gli occhi pieni di sangue degli
uomini della colpa e la lotta si accendeva a colpi di fucile e
di pugnale e la foresta risuonava di urla e di bestemmie.
Poi, al mattino, in fondo ad un burrone, stecchito, con le
braccia aperte e un buco rosso in fronte, si trovava un cadavere,
o presso un cespuglio si scopriva un moribondo
rantolante, ma feroce ancora e risoluto a morire uccidendo.
Talora nelle notti profonde, intorno una casa solitaria nel
mezzo del bosco risuonante di suoni e di canzoni, di voci e
di scoccar di baci, ombre sinistre si avanzavano silenziose,
e la cingevano tutta, poi ad un grido le ombre balzavano
sulla porta, scalavano le finestre e i suoni e i canti erano
rotti da un urlo e la mischia scoppiava; i cantori e i ballerini
ridivenivano masnadieri; poi di un tratto divampava
l’incendio e fra nuguli di fumo la casa ardeva riverberando
tutto all’intorno nelle tenebre le rosse fiamme e sprofondava
con un inferno di scintille su “ vivi e su morti ”.