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Il Brigantaggio nei Casali di Cosenza nel 1850 attraverso i manifesti del Marchese Nunziante. Di Peppino Via
Con il crollo del regime napoleonico in Europa, del regno di Murat nel Mezzogiorno d'Italia e con la restaurazione della dinastia borbonica nel regno delle Due Sicilia con Ferdinando I° di Borbone, termina un periodo che aveva destato tante speranze nelle popolazioni meridionali.
Le idee della rivoluzione francese avevano alimentato nelle masse della piccola e media borghesia e del popolo speranze, così vaghe e imprecisate, di un miglioramento del tenore di vita che si era realizzato solo in parte. L'azione del governo napoleonico se è da considerarsi positiva per ciò che riguarda la costruzione di strade, il miglioramento delle comunicazioni e della pubblica amministrazione, non lo è altrettanto per l'agricoltura, l'industria e il commercio.
La principale riforma compiuta nell'Italia meridionale fu la cosiddetta eversione della feudalità ma questa non aveva dato la terra ai contadini, anzi aveva tolto loro gli usi civici di cui già godevano e trasformato arbitrariamente in proprietà civile e privata vaste estensioni di terra del demanio pubblico e di quello ecclesiastico. I nuovi proprietari amministravano i loro possedimenti con sistema prettamente capitalistico ed i contadini, in definitiva, rimasero nelle condizioni del passato, riversarono sui nuovi proprietari la loro ostilità e costituirono per lungo tempo la massa di manovra dei ceti reazionari. All'insoddisfazione della stragrande maggioranza della popolazione, per i motivi già detti. è da aggiungere il comportamento delle truppe francesi che non fu sempre corretto verso le popolazioni anche perché diversi erano i costumi e la mentalità per cui numerosi cittadini, sollecitati in tal senso dalla propaganda borbonica, si ribellarono dandosi alla macchia. E così l'occupazione francese aveva allargato un'altra piaga nel meridione: il brigantaggio voluto e sobillato dai Borboni che anelavano alla riconquista del regno e temevano, nello stesso tempo che le nuove idee compromettessero l'idea monarchica. I Borboni, del resto, avevano già sperimentato e con successo lo stesso sistema nel 1799 quando affidarono al cardinale Ruffo il compito di combattere la guerra santa contro la Repubblica Partenopea. Il cardinale Ruffo armò e guidò migliaia di fanatici, di delinquenti comuni che certamente nulla sapevano di monarchia o di repubblica per potere autonomamente scegliere il campo sul quale combattere. Erano pagati, solleticati nella loro vanità, venivano sfruttate la loro miseria e la loro ignoranza ed erano abituati all'uso delle armi e dei saccheggi. Ma alla fine se i Borboni potevano ritenersi soddisfatti per aver schiacciato la Repubblica Partenopea e successivamente riconquistato il regno di Napoli, i vecchi masnadieri si trovarono a bocca asciutta. Tutte le promesse erano state dimenticate e fatti esperti dalle precedenti esperienze, decisero di continuare per conto proprio a rubare, grassare, sequestrare persone. Non c'era più nessuno che li pagava e non potevano più reinserirsi nella società. I Borboni avrebbero dovuto sapere che avendo reclutato le prime leve del brigantaggio, le stesse si sarebbero poi ribellate contro i vecchi padroni. Altro fattore importante tante, tra le cause del brigantaggio, era quello della distribuzione delle terre. Tale problema aspettava da secoli di essere risolto e mi limito a riferire solo alcuni episodi che potranno meglio illustrare lo stato d'animo dei contadini dei Casali alla vigilia dei fatti cui si farà cenno. Nel 1841, contadini di Pedace e Serra occuparono la difesa Neto del barone Mollo e cominciarono a seminarla; nello stesso anno contadini cercarono di occupare le terre di D. Pietro Giudicessa di Spezzano Grande mentre contadini di Pietrafitta occuparono terre del barone Barracco e di D. Luigi Cosentini; ed ancora a Camigliati numerosissimi contadini cominciarono a dissodare una difesa del barone Luigi Barracco. Successivamente nel 1848, alla vigilia dei fatti presi in esame. un migliaio di contadini, preceduti dalla bandiera nazionale protestavano chiedendo che il Commissario civile per gli affari della Sila conciliasse gli interessi dei diversi Comuni a coltivare le diverse contrade. Alla Croce di Camigliati, quattrocento uomini, due terzi armati ed un terzo inermi ma con zappe e bandiere nazionali, si dirigevano verso la valle di Rijio. Nella contrada Agarò oltre cinquecento uomini di Celico, Lappano, Rovito e S. Pietro in Guarano zappavano i terreni usurpati dai proprietari. La fallita rivoluzione del '48 e la reazione ad essa seguita aumentarono le fila del brigantaggio anche perché molte truppe destinate alla sua lotta erano state trasferite a combattere contro l'Austria.
I briganti citati nei documenti appartenevano proprio a quei Comuni dove maggiore era stata la lotta per la terra (Casole, Celico, Lappano, Rovito, S. Pietro in Guarano, Spezzano Grande, Spezzano Piccolo, Pedace, Serra, Pietrafitta, Trenta). Il 1° gennaio 1850, il marchese Ferdinando Nunziante, maresciallo di campo di Ferdinando II° di Borbone, veniva nelle Calabrie per assumere il comando delle forze destinate alla lotta contro il brigantaggio, con i più ampi poteri conferitigli dal monarca. La sua opera veniva portata a conoscenza delle popolazioni attraverso «manifesti» che venivano affissi nei luoghi pubblici dei vari Comuni della regione affinché ogni cittadino fosse a conoscenza delle sue decisioni e dei risultati ottenuti nella lotta al brigantaggio. Leggendo alcuni di questi «manifesti» (ne ho rintracciato solo nove, gentilmente fornitimi dal Prof. Gustavo Valente e dal dott. Maurizio Barracco) ci si può rendere conto della portata del movimento brigantesco in Calabria e particolarmente nei Comuni dei Casali di Cosenza.
 



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Il Brigantaggio nei Casali di Cosenza nel 1850 attraverso i manifesti del Marchese Nunziante
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Vincenzo Greco




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