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Maria Oliverio, detta Ciccilla. Di Scarpino Salvatore
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La banda di Pietro Monaco fu abbastanza numerosa, anche se non raggiunse mai le dimensioni di quelle di Crocco o di Chiavone. I capibanda calabresi collaboravano fra loro, ma non cercarono mai di centralizzare il comando delle forze; individualisti e sospettosi l'uno dell'altro applicavano fino in fondo il vecchio proverbio calabrese che dice: "Miegghiu cap'i licerta ca cud'i liuni" (meglio testa di lucertola che coda di leone). Gli obiettivi non erano direttamente i reparti militari, coi quali comunque si doveva fare a fucilate, quanto i possidenti e i loro servi armati, squadriglieri da quattro carlini al giorno, sempre ambigui, in equilibrio instabile e sospetto fra i briganti, gente del loro mondo, e i padroni che pagavano poco e tardi, dopo avergli fatto allungare il collo, ma pagavano. Pietro Monaco - descritto da Michele Falcone, un sequestrato che ebbe modo di osservarlo da vicino per molto tempo, come "tarchiato della persona, bruno di volto e di pelo, con occhi fieri e incavati che ispiravano diffidenza ed orrore,— attaccava masserie isolate, scannava greggi intere, metteva taglie sui proprietari. Ciccilla se ne stava a casa, in paese, dove il marito rientrava spesso. La latitanza era facile, c'erano i manutengoli, i galantuomini disposti ad aiutarlo. Marianna un giorno si accorse che il marito guardava, durante i periodi che trascorreva a casa, con troppo interesse la cognata. Marianna non ebbe dubbi e una notte, con trenta colpi di scure, come lei stessa ebbe poi a confessare, uccise per gelosia la sorella. Pietro, che probabilmente avrebbe preferito lasciarla a casa, dovette per forza portarla con sé, non poteva abbandonarla alla giustizia. Quei trenta colpi di scure, poi, erano un chiaro indizio di predisposizione alla vita brigantesca. Cosi Marianna alias Ciccilla smise la gonna e indossò la tenuta del fuorilegge, giubba coi rever decorati da monete usate come bottoni e calzoni di velluto, che in più occasioni la fecero scambiare per "un imberbe e biondo giovinetto”. Tutti coloro che ebbero a che fare con lei non accennarono mai a una particolare ferocia, a una morbosa violenza del carattere, mentre del marito molti sottolinearono la spietatezza, compreso quel Michele Falcone il quale scrisse che Pietro Monaco "nella ferocia dell'indole ritraeva moltissimo Fra Diavolo, il fido amico di Carolina d'Asburgo". Ma Michele Falcone non era obiettivo e pagava il suo scotto di galantuomo acculturato alle mode politiche e letterarie dell'epoca. Come vivevano i briganti? Si prendevano qualche soddisfazione, ma la loro vita era dura. Dormire con un occhio solo, spesso all'addiaccio, muoversi sempre, camminare, cavalcare, col fucile che diventa il naturale prolungamento del braccio, dare morte e aspettarsi la morte. Senza pace, una giostra violenta fra boschi e fiumare, muoversi a primavera e in estate, quando i giorni sono lunghi e caldi, quietarsi in inverno, come le serpi, nelle capanne misere dei carbonai, ma sempre col duebotte fra le ginocchia.
Mangiare e bere, certo, cavarsi la fame, una fame stagionata, più vecchia di loro, banchettando con le pecore dei signori che loro e i loro padri per anni avevano guardato senza poterle toccare. Bevevano il vino nero e aspro (ma qualche manutengolo mandava il rosolio) e usavano le loro donne senza vezzi, contadine ardite che soltanto da brigantesse si levavano, anche loro, qualche sfizio. Di denari ne maneggiavano tanti, ma ben poco rimaneva attaccato alle loro dita. L'arte di tenere i soldi è da "civili", presuppone una collaudata consuetudine con l'oro; i briganti scialavano per una breve stagione, sapevano che una palla prima o poi li avrebbe fermati. C'erano anche i manutengoli da ungere, la gente che faceva arrivare in campagna - rischiando grosso - armi e polvere, tabacco, notizie. Ma l' ebrezza di quella vita raminga era costituita dal potere. Quanto valeva la morte di un nemico odiato intensamente per anni? Che prezzo dare alla sottomissione di un piccolo don Rodrigo di paese? Questa era la droga dei briganti, la sensazione inebriante di poter creare e applicare, lì e in quel momento, l'unica legge. Dopo, ma soltanto dopo, sarebbero giunti i bersaglieri, gli squadriglieri e la morte. Amen. Al fondo della morale dei ribelli c'è una disperazione senza fine, la convinzione che nessun regime assicurerà quella giustizia giusta che ai cafoni serve più del pane. E se si deve scegliere fra i governanti antichi e nuovi, meglio il vecchio re, sospettoso dei galantuomini e dei baroni, il vecchio re pacioso degli aneddoti napoletani - Francesco Il era giovane, ma quel che conta è l'archetipo del regnante borbonico - che quello nuovo, tutto sciabole e speroni e squilli di tromba e scariche di fucileria. Viva lu rre, quello loro, quello della Sila regia e della dogana delle pecore, e viva la Madonna del Carmine, perdio! Torniamo a Ciccilla e alla sua banda. Pietro Monaco in poco tempo diventò noto e temuto e vide aumentare il suo prestigio quando, nel dicembre del 1862, un brigante pentito, Giuseppe Scrivano, d'accordo con un suo parente capo di una squadriglia, il famoso Rosanova,tentò di ucciderlo. Scrivano - che poi, sempre facendo il doppio gioco, finì sparato per sbaglio dai bersaglieri - gli tirò, ma lo ferì soltanto. In Calabria, allora, gli infami non erano amati e il tradimento mancato servì alla leggenda di Pietro Monaco, al mito della sua invulnerabilità.
Ma l'ex sergente borbonico preparò da sé la sua fine quando decise di sequestrare alcuni membri di una ricca famiglia di Acri, i Falcone. Fece il colpo nel settembre del 1863 (insieme con i Falcone sequestrò anche il vescovo di Nicotera e Tropea, De Simone, e un canonico che poi furono rilasciati), ma inseguito da truppa e squadriglieri dovette portarsi dietro gli ostaggi per due mesi. La famiglia Falcone (schierata col nuovo regime: uno dei giovani era caduto a Sapri e altri membri erano, subito dopo l'unità, organizzatori e comandanti della Guardia nazionale impegnata nella lotta alle bande) in più rate pagò 16 mila ducati, oltre ad armi e orologi d'oro, e avrebbe pagato anche di più se i sequestrati, approfittando di uno scontro a fuoco fra briganti e truppa, non fossero riusciti a fuggire. Comunque, i Falcone a Monaco la giurarono e fecero sapere in giro che avrebbero ben pagato chi gli avesse portato la testa del brigante. Nel dicembre di quello stesso 1863, Marrazzo, Celestino e De Marco, uomini della banda Monaco, si presentarono a casa Falcone e dissero che, se gli fosse stato fornito del veleno, avrebbero assassinato il capo. E indicativo che scegliessero subito l'arma delle femmine, non se la sentivano di alzare la mano contro Pietro. I Falcone gli diedero della stricnina, ma il colpo andò a vuoto, i tre cafoni non seppero avvelenare l'acqua. I traditori, quindi, dovettero passare a metodi più spicci e una notte tirarono due colpi mortali a Pietro Monaco addormentato in un pagliaio. Contemporaneamente spararono a Ciccilla, che rimase ferita a un braccio, e uccisero un altro uomo della banda, Giacomo Madeo. A questo brigante tagliarono la testa che, per molti giorni, fu esposta nel punto in cui i Falcone erano stati sequestrati. Ciccilla però non si arrese. Assunse il comando della banda e tenne la campagna per altri 47 giorni, fino a quando, circondata dalla truppa, dovette arrendersi. E furono questi 47 giorni a procurarle la fama. Sulla sua fine si hanno notizie discordanti. Secondo un'annotazione manoscritta sul retro di una fotografia segnaletica, Ciccilla fu condannata a morte e fucilata, secondo un'altra annotazione le furono inflitti quindici anni di galera. Gli assassini di Pietro Monaco furono portati in trionfo per tutti i paesi della Sila e le autorità invitarono i proprietari a fare una colletta per i "pentiti". Una procedura barbara, che fece scalpore e provocò la reazione delle autorità centrali. Marrazzo, Celestino e De Marco furono quindi arrestati e processati, ma la condanna fu mite. (...)
Tratto da : Scarpino Salvatore - "La mala unità, scene di brigantaggio nel sud" (1987)
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