(...) Il popolino la chiamava Ciccilla o Maria, le carte del comando militare che trattò il suo caso la registrarono come Marianna Oliverio, "druda di briganti", e diverse fotografie scattate nel carcere, molto probabilmente in quello di Montalto Uffugo nel 1864 ce ne hanno tramandato l'immagine. Ciccilla vi appare vestita da uomo, alla brigantesca, col classico cappello a pan di zucchero, il duebotte (doppietta), un revolver alla cintura e un braccio al collo, conseguenza di una ferita. Fu la fuorilegge più celebre di tutto il Sud (di lei scrisse anche Alessandro Dumas) e la sua storia, depurata degli orpelli romantici, può aiutare a capire le tensioni e la violenza che caratterizzarono la stagione del brigantaggio postunitario in Calabria.
Ciccilla era la moglie di Pietro Monaco, brigante della Sila che per tre anni riusci a sfuggire alle forze di repressione e fu ucciso da alcuni suoi compagni corrotti col denaro. Un'altra storia esemplare. Pietro era un sottufficiale borbonico che, all'arrivo di Garibaldi, aveva disertato abbracciando la causa della rivoluzione. S'era arruolato col biondo liberatore e aveva combattuto, pare bene, guadagnandosi anche le spalline di sottotenente durante l'assedio di Capua. Ignoriamo quale particolare atto di valore compisse Monaco durante quell'episodio di guerra che non diede a nessuno dei contendenti occasioni di eroismo.
Ricordiamo che Capua fu investita il primo novembre 1860 dal V Corpo dell'esercito italiano. Nel pomeriggio di quel giorno le artiglierie cominciarono a battere la città e il bombardamento durò molte ore, provocando incendi e vittime fra la popolazione civile. Gli abitanti rumoreggiando chiesero ai comandanti borbonici - capo di stato maggiore della piazza era quel capitano Tommaso Cava de Gueva di cui abbiamo citato gli scritti - che cessasse ogni resistenza. E Capua si arrese. Pietro Monaco, comunque, era un animoso: se combattè coi liberatori con lo stesso coraggio con cui fece il brigante, certamente si distinse.
Ma l'avventura unitaria fu breve e deludente. Come tanti altri volontari, l'ex sergente borbonico fu smobilitato, emarginato, diventando di colpo disoccupato e sospetto alle nuove autorità. Era tornato a casa pieno di rancori e s'era impelagato nella lotta politica locale, fatta di contrasti fra clan disposti ad indossare tutte le casacche pur di arraffare potere nei paesi. Scivolato in una brutta storia di vendette e di offese, Pietro uccise un possidente di Serrapedace, piccolo centro alle falde della Sila, e dovette darsi alla macchia. Dopo poco tempo, era a capo di una comitiva di sbandati e di ribelli, era brigante. La sua guerra non ebbe alcun obiettivo politico preciso, né si collegò direttamente ai tentativi di restaurazione borbonica operati in altre zone del Mezzogiorno: fu una lotta, ben nota da secoli a molti calabresi, contro baroni e galantuomini che, in questo caso, s'erano schierati non disinteressatamente coi nuovi governanti. E naturalmente questa lotta faceva gioco ad altri baroni e ad altri possidenti che, per motivi diversi, col nuovo ordine non s'intendevano. Per capire la guerra di Pietro Monaco bisogna conoscere la Sila, aspra, fatata e boscosa che un insondabile disegno ha fatto sorgere su una terra circondata da un mare tiepido. La Sila, prima che la riforma agraria dei tempi nostri l'ingrigisse, era ricca di mandrie, abitata secondo il ritmo delle stagioni da caporali delle vacche, carbonai e contadini caparbi e parchi che la sfruttavano magari senza il ritegno e la pazienza che gli ecologi di oggi avrebbero usati. Il bisogno non è un buon consigliere. Era una montagna solenne e dura, bellissima e ricca. Sì, ricca, almeno secondo i metri di valutazione del tempo andato: oggi le montagne appaiono buone soltanto per gli albergatori e i turisti, ma una volta non era così. La Sila era amata e difesa, soprattutto dai contadini senza proprietà ai quali il regime demaniale di gran parte di quella terra garantiva il diritto di sfruttamento. Ma proprio per questo la storia della Sila è una storia di rivolte e di usurpazioni, di boschi e di pascoli contesi da baroni e contadini. Una vertenza secolare che periodicamente finiva davanti ai giudici, spesso davanti al giudice supremo, che
era il re. I baroni tendevano ad usurpare le zone demaniali, i contadini difendevano il diritto di fare legna e di coltivare. La storia giudiziaria del regno di Napoli è piena degli scartafacci con cui le "università", le comunità, silane si opponevano alle pretese dei feudatari. Ma per scrivere quelle carte bisognava trovare gli avvocati, pagarli soprattutto, avere pazienza e fiducia nei giudici. E giudici e avvocati quasi mai erano dalla parte dei cafoni, i quali conoscevano anche sistemi più spicci per regolare le questioni. Accadeva così che spesso le carte legali lasciassero il posto alle fucilate. La vita nei borghi era avvelenata da faide, soprusi, violenze. Anche per questo il brigantaggio nella zona era endemico: i Borboni nel 1845 avevano istituito le corti marziali per gli "scorridori di campagna" e nel '47 avevano inviato il generale Statella a dirigere la repressione della guerriglia contadina. Nel '49 era stato mandato il maresciallo Ferdinando Nunziante col potere di dichiarare lo stato d'assedio che di fatto, in alcune zone della Calabria, cessò soltanto nel '52. Ma nel '59, quando il regno era vicino alla fine, Francesco II aveva dovuto mandare in Calabria il generale Emmanuele Caracciolo di San Vito col potere di nominare consigli di guerra per giudicare i briganti. Il crollo dei Borboni aveva creato quindi una situazione di disordine e incertezza nella quale il brigantaggio divampò con rinnovata violenza: tutto il Sud era in rivolta, la stagione era propizia per regolare i conti sospesi. La fine del regno scatenò gli appetiti: era il momento di accaparrarsi le terre demaniali e quelle ecclesiastiche e chi poteva concorrere alle aste se non i vecchi baroni e i nuovi protagonisti, i "galantuomini"? I moti contadini scoppiarono- anche per questo, non sarebbero bastate le sobillazioni dei borbonici e del clero. Per molti briganti calabresi può valere la morale che si trae da un episodio riferito dallo storico Franco Molfese. Eccolo. Un avvocato fu sequestrato da una banda di briganti campani e, per ingraziarseli e convincerli a rilasciarlo, cominciò a vantare il suo borbonismo, l'attaccamento alla spodestata dinastia. Un brigante lo ascoltò per un poco, quindi tagliò corto, dicendogli: "Tu sei avvocato, sei un uomo istruito, pensi veramente che noi fatichiamo per Francesco II?". Ebbene, i briganti della Sila combattevano per se stessi, contro i nemici di sempre, e facevano la guerra contro i soldati per legittima difesa, ma anche perché i soldati rappresentavano un regime che appariva oggettivamente schierato contro i pastori e i contadini, un regime fatto su misura per i "galantuomini" accaparratori. Cominciarono a tirare sui bersaglieri con lo stesso spirito con cui avevano tirato sui soldati e sulle guardie urbane del Borbone.
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