Iu cumu aciellu m'aju misu l'ali
Pe' venire a trovari sa bellizza,
Mi pari ne filuca 'n mienz'u mari.
Quali Diu ti ha datu tant'artizza?
Iu sugnu nu valenti marinaru,
Navicu sopra l'unni cu destrizza;
E tannu sulu appunto e navicari
Quannu 'n manu mi viegnunu si trizzi. |
Io, come un uccello, mi son messo l’ali
Per venire trovare questa bella
Mi sembra una feluca (imbarcazione) in mezzo al mare
Quale Dio ti ha dato tanta altezza
Io sono un valente marinaio
Navigo sopra l’onde con destrezza
E solo allora smetto di navigare
Quando avrò nelle mani le tue trecce |
La poesia di questa canzone è negli ultimi due versi. Egli è valente marinaro, e naviga bene sull'onde, ma solo allora cesserà di passare da flutto a flutto, quando gli verranno in mano le trecce della sua Donna! La sua donna è dunque una Nereide, una ninfa ignuda che vive sotto acqua in una foresta di coralli, ed egli vuol darle la caccia come la dà con la fiocina ad un'occhiata, ad una orata, ad una seppia; afferrarla per una treccia, ripigliarla se gli sguscia; e tenerla abbracciata tra le tempeste. E qui è la poesia; e bello è pure quel paragonarla ad una feluca. Il nostro popolo dice varca alla donna robusta, e filuchella alla vergine, che sia alta, svelta, e poca nei fianchi. |