Francesco divenne per Paola un punto di riferimento religioso e sociale, entrando nel cuore della gente che si portava a lui per sottoporgli problemi di diversa natura. L'Eremita era visto come l'unico baluardo in grado di opporsi ai soprusi della corte aragonese, come la persona capace di mettersi dalla parte della gente povera e semplice di quel lembo del Regno di Napoli e di assumere un ruolo di vero "umanista" nell'interesse di chi non aveva voce. Francesco era un contestatore che richiamava le grandi figure dell'anacoretismo. Lo avvicinavano personaggi potenti e semplici plebei, ed egli non faceva distinzione di ceto: una testimonianza al processo apostolico di Cosenza affermò che Galeazzo di Tarsia, barone di Belmonte, si recò più volte a Paola chiedendo la guarigione, e che Francesco gli fece portare le pietre assieme agli altri operai. Il Santo creò abilmente attorno a sé un ambiente di profonda religiosità e fede con l'invito costante alla preghiera e all'osservanza della volontà di Dio. Fin dall'inizio, Francesco ebbe fama di grande taumaturgo I prodigi accompagnarono tutta la sua vita, a partire dalla costruzione dei primi conventi fino alla sua andata in Francia. Fu il suo un potere taumaturgico a favore di tutti, ma in particolare dei poveri e degli oppressi dalle diffuse malversazioni dei potenti, contro le quali Francesco non si stancò di levare la voce. Gli elementi usati per il miracolo erano davvero semplici, i primi a portata di uomo, quasi a far capire che non erano essi a guarire o a risolvere il problema, bensì Dio. C'è un fatto che ben sottolinea la "metodologia" del miracolo. Un giovane di Paola, nonostante il consulto di medici di fama, aveva su un braccio una piaga che non si rimarginava. La madre gli disse: "Vai anche tu al romitorio di Francesco e vedrai che ti farà la grazia". Si decise così ad esporre il suo problema e tutti i tentativi fatti per guarire. Francesco si abbassò, prese la prima erba che gli venne tra le mani e gli disse pregno di Fede : "Falla bollire, mettila sulla piaga e sarai guarito!". Il giovane lo guardò e gli disse: "Di quest'erba ve n'è tanta a Paola, possibile che faccia miracoli?". L'Eremita replicò: "É la fede che fa i miracoli!". Ad un prete che gli faceva questa domanda: "Come fai a sapere che quest'erba ha delle virtù?", Francesco rispose con semplicità evangelica: "A chi serve fedelmente Dio e osserva i suoi comandamenti, anche le erbe manifestano le loro virtù". Molti dei suoi miracoli impressionarono letterati e artisti, che lo identificarono nelle loro opere, come il noto episodio del passaggio dello Stretto di Messina compiuto sul mantello steso sulle onde del mare. Portata dai mercanti napoletani, la fama di Francesco giunse in Francia, alla corte di Luigi XI, allora infermo, il quale chiese a papa Sisto IV di far giungere l'Eremita paolano al suo capezzale. Fu l'inizio del "capitolo diplomatico" della vita di Francesco. Il pontefice, desideroso di un riavvicinamento alla Francia, con la quale avrebbe voluto un accordo per l'abolizione della Prammatica Sanzione di Bourges del 1438, accolse favorevolmente l'ambasceria francese e altrettanto fece il re di Napoli. Furono necessari molti mesi per convincere Francesco, il quale partì solo quando il papa glielo impose. Fu per l'Eremita un'obbedienza difficile: aveva 67 anni, la sua Congregazione si era da poco estesa anche in Sicilia e, soprattutto, alienava l'idea di andare a vivere in una reggia con un appannaggio sovrano, dopo aver vissuto per più di trent'anni in un romitorio. Il sacrificio richiestogli di lasciare il Regno di Napoli sarebbe poi stato largamente compensato dal favore della corte francese verso il suo Ordine e dagli interventi della medesima presso la Curia Romana.
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