In quell'antro tenebroso, tra lucide intraspezioni e visioni allucinanti, Campanella trascorre quattro lunghi anni. Sopravvissuto grazie alla sua tempra contadina e all'indomabile animo, dallo aprile 1608 all'ottobre 1614 pote' godere in castel Sant'EImo di una detenzione severissima sempre, ma meno crudele; ne approfitta per dettare con rinnovata lena una nuova Poetica, una nuova Retorica, una Dialettica, una Storiografia, una Medicina, un'Astrologia; traduce in latino varie sue opere e riesce a diffonderle nella lontana Germania; riceve visite di ammiratori stranieri, impartisce lezioni a giovani discepoli, che testimonieranno della sua dottrina e sollecitudine paterna.
Una ripresa di sospetti lo fa gettare nuovamente nella " fossa " di Sant'Elmo, dove trascorre altri quattro anni di agonia, alitati a mezzo il 1616 da fallaci speranze di liberta' collegate alle velleitarie mosse del vicere' duca d'Ossuna, che si atteggiava ad arbitro dei destini del Regno, ma venne presto richiamato e messo in disparte. Solo nel maggio 1618 puo' finalmente tornare in Castel Nuovo, il piu' blando dei carceri napoletani, portando con se' un vero cumulo di opere appena dettate: il vasto Quod reminiscentur per l'azione di proselitismo dei missionari in tutti i continenti, la coraggiosa Apologia in favore di Galileo, l'immane Theologia, vasta al punto da occupare in edizione moderna qualcosa come una trentina di volumi. In quell'ultirna prigione napoletana dovra' ancora languire per otto lunghi anni, sempre intento a deludenti pratiche di liberazione, ormai tepidamente impegnato a comporre opere nuove, ma infaticabile nel rivedere e ampliare le antiche, fino a com- pletare la sua iramane Instauratio scientiarum, la ultima, gigantesca enciclopedica di tutte le scienze che un sol uomo abbia tentato di realizzare con sintesi coerente e compiuta.
Finalmente, quando perfin le carte del suo processo s'erano perdute e neppur pił si sapeva perche' egli rimanesse in carcere, la liberazione giunse, il 23 maggio 1626, dopo quasi 27 anni di detenzione continua e spesso disumana, ed egli pote' tornare a prendere stanza in quel convento di S. Domenico, ch'era stato teatro, 35 anni prima, della sua ribellione giovanile. Fu una liberta' effimera, quasi una beffa, perche' dopo un mese soltanto venne ripreso e tradotto a Roma per render conto al tribunale ecclesiastico di quei falli che la giustizia laica gli aveva rimessi dopo una cosi' lunga espiazione. Due anni ancora rimase, in blanda prigionia, nel palazzo romano del Sant'Uffizio, e giunse a liberarsene grazie al favore di Urbano VIII, che aveva saputo guadagnarsi dettando un erudito commento alle poesie latine del Pontefice e confutando vittoriosamente gli astrologi che ne predicevano la morte imminente.
A sessant'anni, col fisico prostrato da tanti patimenti, finalmente libero e riabilitato, potrebbe mettersi cheto, riposare: invece non si da' pace, ribolle con giovanile fervore di progetti, di idee, di speranze. Vuole agire nella grande contesa fra cattolicesimo e Riforma, vuol dare suggerimenti politici, disputare in materia teologica, aprire un collegio di missionari calabresi, vuole soprattutto stampare i suoi libri e diffondere in tutto il mondo il proprio messaggio. Molte delle sue opere, spesso in forma non definitiva o adulterate, gia' hanno visto la luce in Germania fra il 1617 e il 1623 ad opera di un amico tedesco; a Roma, nel 1631, riesce a stampare l'Atheismus triumphatus, a Jesi, quasi di nascosto, nel 1633 la Monarchia Messiae. Ma son come briciole in confronto alla mole immane delle sue scritture, e ben presto le rivalita' e le diffidenze lo circondano da ogni parte, l'ostilita nutrita di invidia e di sospetto gli serpeggia d'attorno e lentamente lo irretisce e lo scalza. Fra gli alti prelati del suo ordine incontra le inimicizie piu' fiere: le opere sottoposte a revisione vengono trattenute con oscuri pretesti, a quelle stampate si nega il publicetur, quelle pubblicate vengono poste sotto sequestro. Coll'intiepidirsi del favore papale coincidono eventi compromettenti: dapprima la sua generosa offerta di prendere le difese di Galileo al tempo del tragico processo, poi la sospettata connivenza con la congiura di fra Tommaso Pignatelli.
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