I1 lamento profetico, tutto intriso di echi biblici e danteschi, si addolcisce poi, con rapido stacco, nella dolente confessione autobiografica, nel soliloquio sconsolato del reietto oppresso da una sventura senza speranza:
Dagli amici disgiunto
sono, e opprobrio al mio sangue,
di scorni e d'error punto,
che fintar non mi vuole,
ne' potrebbe, volendo,
me abbominato qual pestifero angue;
e 'l tradimento orrendo
lor fai apparir sole
verso cotanta mole
di paure e di affanni,
perch'io, mendico, sol, qui pianga gli anni.
..... Liberta', Signor, bramo,
e tu pur non m'ascolti,
ma volgi gli occhi altrove.
Povero io nacqui, e di miserie vengo
nutrito in mille prove;
poscia, tra i saggi e stolti
alzato, mi trasvolti
con terribil prestezza
nella piu' spaventevole bassezza.
... Ne' che m'aiuti alcun permetter vuoi.
La gente del mio seme
m'allontanasti, e preme
duro carcer gli amici;
altri raminghi vanno ed infelici.
Poco piu' tardi, nella terza Salmodia metafisicale, il poeta ripercorre per intero il corso della sua vita di perseguitato, quella sequela di sofferenze senza tregua che lo tormenta fin dal tempo delle sue prime disavventure, che egli chiama " il duro scempio del mio lungo inferno ", e dalla sconsolata visione esala un soliloquio, lento dapprima, poi via via concitato, incalzante, che trasforma lo elenco dei patimenti in un impeto cieco in cui si mescolano l'orrore di quel vivere disumano e la denuncia di un'ingiustizia suprema:
... Sei e sei anni, che 'n pena dispenso
l'afflizion d'ogni senso,
le membra sette volte tormentate,
le bestemmie e le favole de' sciocchi,
il sol negato agli occhi,
i nervi stratti, l'ossa scontinoate,
le polpe lacerate,
i guai dove mi corco,
li ferri, il sangue sparso, e 'l timor crudo,
e 'l cibo poco e sporco.
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