Inascoltato, trova in se' l'energia sovrumana per rinverdire perennemente le speranze sempre deluse. A monsignor Querengo, nel luglio 1607, scrive: " La riprego che segua a favorirmi, ch'esca presto da questo antro prima che moia: che gia' il petto e la testa son tanto offesi, che poco posso sperar salute, sendo stato qualifo anni sotterra, con ferri sempre, sopra un fracido e bagnato stramazzo, e con pane e acqua di tribulazione, senza veder mai cielo, ne' luce, ne' persona umana, in luoco sempre bagnato, che stilla d'ogni muro acqua continuamente, talche' continua notte e inverno io sento ". Ma solo la tensione del discorso poetico, la effusione lirica, rendono intera la temperie di quel soliloquio teso, di quella lucida angoscia: fra la disperazione tentatrice, gli slanci della fede, l'orgoglio invitto, la prodigiosa energia biologica impegnata in una sopravvivenza che ha del sovrumano. Si ascoltino, fra le tante sequenze irte e quasi arrochite dalla sofferenza, alcune strofe della Lamentevole orazione profetale, che e' probabilmente del 1604:
A te tocca, O Signore,
se invan non m'hai creato,
d'esser mio salvatore.
Per questo notte e giorno
a te lagrimo e grido.
Quando ti parra' ben ch'io sia ascoltato?
Piu' parlar non mi fido,
che' i ferri, ch'ho d'intorno,
ridonsi e fanmi scorno
del mio invano pregare
degli occhi secchi e del rauco esclamare.
Questa dolente vita,
peggior di mille morti,
tant'anni e' seppellita,
che al numero io mi trovo
delle perdute genti,
qual, senza aiuto, uom libero, tra morti,
di morte e non di stenti;
a' quali il mio composto
sol vive sottoposto,
nel centro ad ogni pondo
di tutte le rovine, ahime', del mondo.
Gli uccisi in sepoltura,
dati date in oblio,
de' quai non hai piu' cura,
de' sotterranei laghi
nell'infimo rinchiuso,
di morte fra le tenebre sembro io.
Qui un mar di guai confuso,
pien di mostri e di draghi,
sopra di me si aduna
e il tuo furor, spirando aspra fortuna.
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