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Personaggi Calabresi - Letterati


Tommaso Campanella
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L'aguzzino, divenuto un po' ortopedico per lunga pratica, gli riduce le slogature, lo porta al tavolo del notaio, gli regge la mano inerte per firmare con segno di croce l'atto formale che lo qualifica giuridicamente pazzo. Poi se lo reca in collo per riportarlo su chissa' quale sordido giaciglio: ma sulla soglia l'indomabile ha come un guizzo e Pronuncia - finalmente intoccabile, e percio' rinsavito - una frase triviale e proterva: Si pensavano che io era coglione, che voleva parlare! - Due anni dopo, proprio nella chiusa della Citta del Sole, per smentire il determinismo degli influssi astrologici scrivera': " Se in quaranta ore di tormento un uomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle, che inchinano con modi lontani, ponno sforzare ". Dal supplizio Camanella usci' dissanguato e ferito al punto da restare poi per sei mesi tra la vita e la morte, ma invitto.

A quel prezzo, riconosciuto legalmente pazzo, scampo' al patibolo e venne poi, senza condanna conclusiva, dimenticato, per tacito accordo dei tribunali competenti, nelle segrete dei Castelli Napoletani, sotto sorveglianza strettissima e senza speranza di proscioglimento. Da quel momento, la lotta per la vita -- per salvare, con la vita, il prorompente messaggio di cui si sentiva portatore - si tramuta in una altrettanto ostinata lotta per la liberta'. Fino al luglio 1604 rimane nel Castel Nuovo, esplicandovi una attivita' di scrittore che ha del prodigioso. Compone in quegli anni, fra l'altro, la Monarchia di Spagna, gli Aforismi Politici, la Citta' del Sole, il Senso delle cose, l'Astronomia, la Metafisica. Piu' tardi, scoperto un suo confuso piano di fuga, viene trasferito in Castel Sant'Elmo in quella sotterranea " fossa del coccodrillo", che segna il culmine del suo calvario.

Si tratta di un vano cieco, cui si scende per 24 scalini, immerso nelle tenebre; alle pareti di pietra, lungo le quali l'umidita' stilla di continuo, il prigioniero viene fermato mani e piedi; dorme su un giaciglio di paglia fradicia e solo per mezz'ora al giorno gli vien dato un poco di lume per la lettura del breviario; per cibo riceve immondi rifiuti. Vi trascorre quattro anni di sofferenze inenarrabili, fino al marzo 1608, immergendosi in profonde meditazioni religiose, dalle quali la sua fede uscira' rinvigorita e fatta piu' limpida, senza che ne riesca affievolito il bellicoso impulso riformatore. Sono di quegli anni alcune delle sue liriche piu' tormentate e balenanti e altre opere in copia, vergate con infinita pazienza su lembi di carta che carcerieri corrotti gli passano nel breviario e amici devoti trascrivono poi in volume all'esterno del carcere: nascono cosi la Monarchia del Messia e gli Antiveneti, i Discorsi ai principi d'Italia e l'Ateismo trionfato, tutta una sequela di memoriali imploranti ai pontefici, ai monarchi, ai potenti della terra, suppliche di liberta', offerte di servigi, invertire profetiche, sconfortati lamenti.
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