L'evasione verso il sapere, la liberta', l'azione, e' fallita, ed egli rimpatria sconfitto sotto il peso dell'umiliazione e del castigo, destinato a chiudersi per sempre in un silenzioso isolamento. Si getta invece, a corpo morto, in un'impresa visionaria. Fra turbe di malcontenti, di facinorosi, di illusi, egli reca un messaggio di rivolta; addira nella compagine cosmica prodigi significanti, presagi di immani rivolgimenti imminenti; raccoglie le aspirazioni degli umili, l'antica insofferenza per il giogo spagnuolo e feudale, e tesse con ingenuo fervore le trame di una congiura contro l'autorita' vicereale, mirando a liberare la Calabria e ad erigervi una repubblica comunitaria e teocratica, della quale egli stesso sarebbe stato il legislatore ed il capo. Quando gia' il complotto calabrese aveva raccolto centinaia di aderenti e l'appoggio dei Turchi, due delatori lo rivelarono all'autorita' spagnuola, che dispose una repressione fulminea. Dopo una breve fuga, Campanella venne tratto in arresto, il 6 settembre 1599, e fu tradotto a Napoli in catena con decine di frati e centinaia di laici complici o compromessi: all'entrare nel porto le galere gremite da quel triste carico offersero alla folla spettacolo di atroci esecuzioni capitali per ammonire gli insofferenti e i riottosi.
Accusato di lesa maesta' e di eresia, capo riconosciuto delia congiura, Campanella appare sin da principio in situazione disperata: solo i conflitti giurisdizionali fra i tribunali laici ed ecclesiastici e la speranza di estorcergli ampie rivelazioni ed elenchi di complici gli salvano per il momento la vita. Egli pone allora in atto un espediente sottile e fin dal 7 febbraio 1600, sottoposto alla tortura, confessa gran parte delle colpe ascrittegli, per farsi credere incapace di resistere agli strazi. Subito dopo, ai primi di aprile, inizia con tenacia ostinatissima una simulazione di pazzia tanto abilmente condotta da lasciare dubbiosi i pur diffidenti giudici; posto a nuova tortura il 18 waggio, la supera senza tradirsi, e per un anno intero, spiato giorno e notte, non dismette mai la finzione eroica cui si affida la sua ultima speranza di vita. Secondo i canoni, infatti, il pazzo non puo' essere ucciso, perche' non avrebbe modo di pentirsi e l'anima sua sarebbe irreparabilmente perduta.
Tra il 4 eil 5 giugno si venne alla prova legale risolutiva, il cosidetto tormento enorme della "veglia ". In luogo della mezz'ora, l'imputato doveva restare appeso alla rune con le braccia slogate per ben 40 ore e, quando per il dolore atroce cadeva in deliquio, lo si calava a sedere su un legno tagliente che gli segava la carne delle coscie. Il verbale di quel supplizio, nel suo rozzo dettato cancelleresco misto di latino curiale, d'italiano e di termini dialettali calabresi, non si rilegge senza emozione profonda. Alla prima esortazione a confessare la propria finzione, Campanella rispose con follia poetica: -- Dieci cavalli bianchi --, ma dopo lunghissimo strazio, quando i giudici irridono i suoi lamenti per le atroci sofferenze corporali e lo esortano a trascurare il corpo ormai perduto e a darsi pensiero invece della salvezza dell'anima, egli risponde con un guizzo di lucida fierezza: -- L'anima e' immortale --. Cosi' di ora in ora, nell'altezza di vaneggiamento simulato e di consapevolezza agghiacciante, assistiamo a quella lotta di un uomo solo e inerme contro la potenza terrena, il dolore cocente, la fine di ogni speranza. Un lungo giorno, una lunga notte: poi le trombe che suonano la sveglia sulla tolda delle galere ancorate nel porto, le candele che si spengono, il brivido freddo dell'alba che irrompe dalle finestre, e ancora un lungo giorno di servizie su quel corpo ormai inerte, che piu' non risponde agli stimoli della sofferenza. Alla fine, gli stessi giudici sfibrati ordinano che venga deposto dal tormento e ricondotto alla sua cella.
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