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Personaggi Calabresi - Letterati


Tommaso Campanella
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Nel 1602, mentre Campanella soffriva nel carcere di Napoli, l'Inquisizione romana decideva la proibizione di tutte le sue opere, assieme a quelle di Giordano Bruno. Da quella prigione, le opere uscirono solo cent'anni fa, quando l'Indice di Leone XIII chiuse un tormentato percorso di vicende censorie cassando finalmente il nome di Campanella: era una tacita, tardiva riabilitazione. ma è anche un uomo che non vuole tradire se stesso e le proprie origini, che non vuole rinunciare al rapporto diretto con le cose della natura, all'immediatezza delle sensazioni, che non vuole dimenticare le ingiustizie, e l'infelicità che ha vissuto, e che ha visto intorno a sé. Quando Antonio Querenghi, un monsignore della corte pontificia, che lo vuole aiutare, lo paragona Pico della Mirandola, Campanella gli risponde prendendo nettamente le distanze: "Io, signor mio, non ebbi mai li favori e grazie singulari di Pico, che fu nobilissimo e ricchissimo, ed ebbe libri a copia e maestri assai, e comodità di filosofare e vita tranquilla... Ma io in bassa fortuna nacqui e dalla ventìtrè anni di mia vita sin ad ora... sempre fui perseguitato e calunniato ... Ecco dunque il diverso filosofar mio da quel di Pico; ed io imparo più dall'anatomia d'una formica o d'una erba... che non da tutti li libri che sono scritti dal principio di secoli sin a mo'" . Quando incontra la filosofia di Bernardino Telesio, che insegna a studiare la natura iuxta propria principia, gli sembra di riconoscere una strada che ha già percorso. Anche il famoso Telesio, come l'inquieto novizio domenicano, si opponeva all'autorità di Aristotele, e di coloro che sull'interpretazione di Aristotele avevano costruito il loro potere accademico e religioso. Rifarsí a Telesio offre così a Campanella anche la possibilità di uscire da una solitudine intellettuale difficile e soffocante. La guerra che Telesio ha combattuto diventa uno scontro epico per la libertà: "Telesio, il telo della tua faretra / uccide de' sofisti in mezzo al campo / degli ingegni il tiranno senza scampo; / libertà, dolce alla verità, impetra". E diventa anche il prodromo di un generale rinnovamento del sapere che toccherà a Campanella realizzare: se Telesio ha restituito la natura alla sua bellezza, rendendola così di nuovo visibile ai nostri occhi, Campanella completerà l'opera, integrandola con la metafisica e la profezia. E' difficile per noi anche solo immaginare quanto questo significava, di coinvolgimento personale e totale. Per Campanella, come per Bruno, non c'è separazione tra il proprio pensiero e la propri vita: l'uno e l'altra sono in gioco, insieme, e con essi sono in gioco le possibilità di rinnovamento che il mondo può accogliere o rifiutare. Occuparsi di profezia, e di fisica, non significa per Campanella solo elaborare idee. Egli si sente profeta. Osserva che le costellazioni si son spostate, che il sole si è avvicinato alla terra: sul finire del secolo, il cielo presenta agli uomini un volto nuovo il che significa che è possibile anche pensare a una nuova società finalmente libera e felice. E tocca a lui, Campanella, comunicare tutto questo, cominciando da Stilo, dalla sua Calabria, così da avviare la costruzione di quella Città del Sole che le vicende storiche relegheranno nel genere letterario dell'utopia, nel mondo, appunto che non c'è.

Questa investitura profetica ha persino lasciato un marchio sul suo corpo: le sette bozze che porta in testa, in corrispondenza con i sette pianeti. Di qui trae spunto per crearsi una nuova identità. Se entrando nell'ordine domenicano il giovane Giovan Domenico era stato ribattezzato come Tommaso, ecco che ora egli si dà un nome nuovo, Settimontano Squilla, che allude alle sette bozze e ai senso profetico del proprio cognome: lui è la campana che risveglia, che fa aprire gli occhi. Ma proprio per questo attira le vendette sanguinose di coloro che sono interessati a conservare il silenzio e le tenebre: "Stavamo tutti al buio. Altri sopiti / d'ignoranza nel sonno; e i sonatori / pagati raddolciro il sonno infame". I1 16 maggio 1595, nella chiesa di S. Maria sopra Minerva, si piega all'umiliante cerimonia pubblica, che fa di lui, da quel momento, un lapsus, una pecora segnata; ma subito dopo, confinato nel convento di S. Sabina, riprende con lena infaticabile la trama del lavoro, dei contatti umani, della speranza. In pochi mesi detta cosi' una Fisica compendiosa, una severa Poetica moralistica, un Dialogo contro Luterani, Calvinisti e altri eretici, aspirando alla piena riabilitazione, all'inserimento attivo delle proprie energie tra le forze che fanno argine sugli spalti della fortezza cattolica contro gli assalti dei riformati, degli scismatici e degli idolatri. Ma anche quest'ultimo sforzo di far toccare con mano la sua buona fede intemperante ed entusiasta viene reso vano da un incidente occasionale: nel marzo 1597 un bandito calabrese, nel salire il patibolo in Napoli, per differire l'esecuzione rilascia, a suo carico dichiarazioni compromettenti in materia di fede; viene gettato daccapo in prigione e vi resta sino al cadere dell'anno, quando e' bensi' riconosciuto innocente, ma riceve l'ordine -- ora si davvero perentorio -- di ritornare in Calabria. Era la fine di una temeraria avventura, il venir meno della grande apertura culturale sognata: ma stavolta, e chissa' quanto a malincuore, gli tocco' obbedire; sosto' a Napoli per un tempo anche piu' lungo del necessario e finalmente, nel luglio 1598, fece vela alla volta della sua terra, dalla quale mancava da quasi un decennio.
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