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Personaggi Calabresi - Letterati


Sertorio Quattromani
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Così molti cosentini dissimulano inconfessabili desiderata politico-istituzionali; dissimulazione che non impedirà, peraltro, a Cuoco nel Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di definire Cosenza "sede d'antico e ardente repubblicanesimo", suggerendo che tale fosse la percezione esterna sulle attitudini politiche dei cosentini.

Alla fertilità del mito repubblicano (e del consustanziale repubblicanesimo) contribuì la tendenza verso idee radicali ravvisabile nelle élites colte cosentine.

Alcune tra le suggestioni gioachimite di maggiore audacia trasmigreranno in anime inquiete incamminate su percorsi ereticali in fuga dalle persecuzioni e volti anche alla forca: gli Antitrinitari cosentini Valentino Gentile e Giuseppe Venanzio Nigro ne sono tragica testimonianza. E la libertà religiosa drammaticamente invocata da Gentile fa pendant con la "libertas philosophandi" propugnata da Telesio, la cui opera conteneva in nuce una forza eversiva eccezionale per i tempi (soprattutto ove si confrontino, come suggerisce Eugenio Garin, le prime edizioni del suo libro rivoluzionario); libertà di pensiero che sarà vessillo, nel secolo seguente, del filosofo e scienziato Tommaso Cornelio da Rovito. E una mentalità libertaria continuerà a serpeggiare nel Settecento, attraverso il gruppo che si formerà alla scuola del roglianese Pietro Clausi - allievo di Antonio Genovesi - e di Francesco Saverio Salfi - allievo di Clausi -, futuro congiurato e rivoluzionario nel Triennio giacobino.

Un clima mentale aperto alle torride correnti radicali (fomentato, inoltre, da lotte di classe asperrime) che faciliterà il divampare dell'incendio a Cosenza in entrambi i tentativi rivoluzionari dell'età moderna (1647-48 e 1799). D'altronde, già nell'"autunno del medioevo" i cosentini avevano aderito alle rivolte contro i sovrani aragonesi agitate dal ribelle viceré di Calabria Antonio Centelles, conte di Catanzaro e marchese di Cotrone. Non sarà casuale, quindi, che a Cosenza nel 1799 si pianteranno i primi Alberi della libertà delle Calabrie, né che a Cosenza sarà compiuto il primo tentativo di ribellione carbonara nel Mezzogiorno guidato da Vincenzo Federici (il mitico Capobianco). Ancora nel corso del Risorgimento i cosentini manifesteranno una maggiore propensione verso le tendenze democratiche piuttosto che per quelle moderate, e un'attitudine alla radicalità sarà percepibile, dopo l'unità d'Italia, anche in molti deputati della città bruzia come Luigi Miceli, Luigi Fera, Pietro Mancini e Fausto Gullo (negli anni da loro trascorsi all'opposizione, ché tutti e quattro assumeranno pure incarichi ministeriali). Confermerà questa costante di lunga durata il maggior nucleo del partito d'Azione del Mezzogiorno e, al pari, il cospicuo numero di gruppi di sinistra extra parlamentare presenti a Cosenza negli anni Settanta (si pensi a Lotta continua o al Manifesto che diverrà Pdup). Negli anni Novanta, infine, non saranno avulse da queste propensioni mentali radicali e libertarie esperienze come quelle di Radio Ciroma o dei centri sociali Gramna e Filo Rosso. Cosenza "Atene delle Calabrie" è tòpos certo più celebre e celebrato del mito repubblicano. Anche in questo caso il fenomeno emerge nel Cinquecento, ma affonda le sue radici nel Quattrocento, salvo l'ambito ecclesiastico, nel quale la scuola scrittoria dell'arcivescovo di Cosenza Luca Campano (seguace di Gioacchino da Fiore) valga a esempio. Nel secolo dell'invenzione della stampa sorse a Cosenza la bottega tipografica di Ottaviano Salomonio di Manfredonia. Dato d'enorme rilievo, considerando che fu una tra le prime stamperie impiantate nel Mezzogiorno nell'età degli "incunabola" (1456-1500). Ora, se un forestiero aveva pensato di avviare un'attività simile nella città bruzia, evidentemente doveva esserci un panorama tale da fargli ritenere che l'iniziativa potesse avere una qualche speranza di successo commerciale. Nella scelta di Salomonio contribuì senz'altro la tolleranza cosentina verso gli ebrei, ma anche la reperibilità di una serie di elementi materiali necessari all'attività di stampa: la carta, pelli e pergamene per le copertine, i punzoni per i caratteri (e su quest'ultimo piano le attività d'oreficeria erano sufficiente garanzia, come ci ricorda la biografia di Gutenberg). La presenza della Fiera della Maddalena, poi, dovette essere determinante, dato lo stretto legame evidenziato in Febvre e Martin tra i principali centri di smistamento delle merci e la diffusione delle imprese tipografiche. Tutti questi fattori, comunque, dovevano in qualche misura essere connessi alla presenza di élites colte in città, il che va probabilmente collegato, secondo alcuni, non solo all'ambiente ecclesiastico, ma anche a quello delle professioni e della mercatura. Certo, la forza politica dimostrata dai dottori nel corso delle riforme istituzionali del secondo Quattrocento potrebbe evocare un'humus propensa alle raffinatezze del sapere, ma, con tutto ciò, l'introduzione della stampa a Cosenza resta avvolta da molte domande irrisolte.
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