Su iniziativa di Sertorio Quattromani nasce, a Cosenza, l'Accademia Cosentina. In precedenza, verso il 1536, Bernardino Telesio aveva aperto un'accademia rivolta allo studio della filosofia naturale. Le atmosfere mentali, la circolazione delle idee, alcuni caratteri dei cosentini. Molti e molto negativi sono i miti che hanno accompagnato i Brettii dalla dominazione romana in poi, tanto che il critico letterario Sertorio Quattromani sentirà il dovere di dedicare gran parte della sua inedita Istoria della città di Cosenza a confutarne con acribia ogni fondamento. Indicati, i Bruzi, come tortores Christi e non mancava chi faceva nascere tra loro il traditore per antonomasia: Giuda Iscariota.
Miti falsi, ma anche miti fondati su basi maggiormente razionali, come quello (penetrato nella storiografia) che contrappone dialetticamente l'oscura civiltà bruzia (e c'è chi nega che si possa parlare di civiltà!) alla splendente civiltà della Magna Grecia. La feracità di questo mito discende da più d'un fattore. Non ultimo un pregiudizio intellettuale (oggi meno in auge, però) secondo il quale solo determinate manifestazioni e forme, ancor meglio se pregiate, del pensiero e dell'agire umano possono avere asilo nell'aristocratica definizione di cultura. Pare evidente che la civiltà bruzia fosse molto meno sviluppata rispetto a quella magnogreca; forse, però, diluendo la contrapposizione dialettica in una più raffinata dinamica di influenze (sebbene poco o punto reciproche) riusciamo a penetrare meglio tra le misteriose pieghe degli abiti mentali degli antichi cosentini.
In primo luogo, è astruso immaginare i Bruzi non dediti al culto di qualche divinità, e già questo evidenzia un codice o una serie di codici culturali che induceva la collettività, in modi a noi ignoti, ad assumere certi comportamenti o a ispirarsi a certi valori. Che poi i Bruzi fossero dotati di una sensibilità politico-istituzionale è difficilmente contestabile. Perché altrimenti intraprendere la via della confederazione, via peraltro seguita anche da diverse città dell'orizzonte ellenico? E pure il bilinguismo attribuito ai Brettii, normalmente inteso come segno di scarsa e grossolana identità culturale, non potrebbe invece essere connesso a un atteggiamento mentale aperto e ricettivo nei confronti dell'esterno e delle culture altre? Da indagini comparate effettuate sulla misera documentazione disponibile (in gran parte monete), s'è evidenziato da più parti una presenza di influenze greche. Perché non vedere nella volontà di assumere stilemi culturali esterni anche un riconoscimento implicito da parte dei Brettii di una loro inferiorità culturale, già, però, sinonimo di auto coscienza, di capacità di giudizio critico maturo? I numismatici evidenziano nelle tipologie monetali bruzie non solo influenze greche, ma anche cartaginesi e dell'Egitto tolemaico, oltre che romane (benché quest'ultime in misura assai inferiore); se ciò può indurre a ipotizzare scambi commerciali con queste civiltà, può legittimamente indurre pure a ipotizzare scambi e circolazioni di culture e idee. Tutto ciò potrebbe portare a ravvisare un atteggiamento che potremmo definire eclettico e plurale. Non una cultura "nazionale", ma una serie di codici recettivi delle idee esterne: questo potrebbe essere un segno distintivo, un carattere della cultura degli antichi cosentini.
Accanto ai miti negativi, anche in virtù del lavoro confutatorio della mitografia invettiva, fiorirono su Cosenza una serie di invenzioni della tradizione (secondo la celebre formula di Eric Hobsbawn) attribuibili ad autori locali e non: si pensi ai sette colli o a molti aspetti della vicenda di Alarico. Fenomeno che emerge con vigore nel Rinascimento, perdurando nell'età Barocca e ancora oltre, fino a lambire i lidi del secolo scorso. Un interessante mito (già anticipato) è quello riguardante la tradizione repubblicana bruzia.
Sul piano istituzionale, e dunque sulla veridicità del mito, poco c'è da aggiungere a quanto detto prima; ma è il fatto stesso che venga agitato a essere indicativo, poiché ci rende capaci di cogliere alcune sfaccettature mentali delle élites colte cosentine rispetto a un importante problema politico dell'età moderna. Al di là dell'orgoglioso e provinciale atteggiamento rivendicativo delle glorie locali, dunque, vanno comprese le inclinazioni sottese a queste espressioni. Con l'evocazione delle antiche origini d'autonomia s'evidenzia proprio una sensibilità diffusa verso forme repubblicane di governo: propensione comprensibile nel Mezzogiorno oppresso dalla feudalità laddove, come detto, Cosenza sfuggiva a questa regola godendo, oggettivamente, di maggiori quote di libertà ed autonomia politica. L'assetto patriziale, non monocratico e maggiormente aperto (sempre nei limiti d'una società d'Ancien Régime, naturalmente), favoriva nei cosentini lo sviluppo di un clima d'avversione a ogni concentrazione eccessiva del potere. Non potendo espressamente dichiararsi repubblicani, date le condizioni d'oppressione della società assolutistica, gli scrittori si rifugiano negli antichi fasti oppure si dimostrano sedotti da esperienze repubblicane come quella di Venezia (Antonio Serra).
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