Il suo resta l'unico, serio studio critico del capolavoro del Grimaldi e delle opere minori, senza nulla voler togliere, comunque, alla validità delle analisi contenute nel saggio di Vincenzo Ferrone, F.A. Grimaldi e l'ineguaglianza. Le radici scientifiche dell'illuminismo conservatore, in I Profeti dell'Illuminismo, pubblicato nel 1985 da Laterza. Tra Vico e il tardo Illuminismo napoletano. La riflessione etico-politica di F.A. Grimaldi, il testo che fa da introduzione all'opera è l'ultimo di una serie di scritti con cui Crispini ha sin qui dato uno spessore qualitativo alla non ampia letteratura critica sul Grimaldi. Nella nota bio-bibliografica che chiude l'introduzione, Crispini cita solo uno di questi suoi saggi, il più recente, e cioè Filosofia e politica tra settecento e primi anni dell'Ottocento, in Storia della Calabria moderna e contemporanea (Roma, 1997), ma vale la pena segnalare almeno due precedenti contributi critici: F.A. Grimaldi, la "virtù antica", il "savio politico", in Seminara nella cultura italiana (Bordighera, 1993), e Gaetano Filangieri e F. A. Grimaldi nei due "elogi" di Salfi e Delfico, in Settecento Calabrese (Cosenza, 1985). Grazie alla varietà delle argomentazioni e delle interpretazioni relative alle questioni di fondo (e cioè l'etica, la politica e il diritto) questi saggi offrono, nel loro complesso, una visione organica della filosofia grimaldiana. Le Riflessioni sopra l'ineguaglianza tra gli uomini sono il segno tangibile della maturità dell'autore, una "decisa fase di arrivo", come la definisce Crispini, verso "una veduta solidale di etica, diritto e politica", che è possibile rintracciare a sprazzi anche nelle opere precedenti, e cioè la Lettera sopra la Musica, del 1766, in cui l'autore distingue una musica voluttuosa da una filosofica, "norma del pensare ordinato, che incammina sulla via della virtù", il De successionibus legittimis, testo giuridico, dello stesso anno, e le biografie: Vita di Ansaldo Grimaldi (1769), dove, ancor prima di Filangieri, è bene espressa l'esigenza di affidare ad una legislazione il compito di "tirare le passioni della nazione alla concordanza del bene comune", e Vita di Diogene Cinico (1777), in cui il Grimaldi spiega l'ineguaglianza come conseguenza dei bisogni .Le opere minori rappresentano il percorso speculativo che conduce alle Riflessioni, nelle quali Grimaldi, nel tentativo di superare il significato tradizionale dei termini uguaglianza ed ineguaglianza, approda alle idee di sviluppo, civiltà, progresso. L'opera, divisa in tre parti (Dell'ineguaglianza fisica, Dell'ineguaglianza morale, Dell'ineguaglianza politica), consiste principalmente nella confutazione, puntuale e rigorosa, delle tesi di Rousseau. Partendo dal presupposto che nella natura sta l'origine della disuguaglianza tra gli uomini, Grimaldi, anche in virtù dell'influenza di Condillac e di Montesquieu, arriva a questa conclusione: dall'ineguaglianza fisica, sorta per effetto di una legge immutabile ed eterna, derivano l'ineguaglianza morale e quella politica. Da qui il sorgere e il differenziarsi tra gli uomini dei caratteri che li contraddistinguono, come l'intelligenza, la sensibilità, la volontà, di cui Grimaldi fa una minuziosa descrizione. Sbagliava Rousseau ad affermare la distinzione tra l'uomo che vive nello stato di natura e quello della società civile: tutti sono "uomini naturali". A renderli diversi è soltanto il maggiore o minore grado di sviluppo, legato alle condizioni in cui si trovano ad operare. Scrive l'autore in uno dei passi più significativi dell'opera: "Io non m'imbarazzo ad esaminare le diverse opinioni de' metafisici antichi, e moderni intorno alla determinazione della voce Natura: se la più sana ragione ci convince dell'esistenza di un ESSERE creatore, e conservatore dell'Universo, la Natura non può in altro senso prendersi, che per la libera, ma costante, ed immutabile determinazione delle leggi della Provvidenza, con cui tutti gli esseri creati sono sempre regolati. Posta questa definizione, è facile comprendere, che ogni uomo, nello stato in cui si ritrova, è uomo naturale, e vive nello stato di Natura, perché vive guidato dalle leggi della Provvidenza, che sono le leggi della Natura. Il selvaggio dunque, più imbrutalito, solitario, e ramingo per le orrende selve della parte più sconosciuta del Globo; e l'uomo colto, e civile, abitante delle Città più brillanti dell'Europa, sono egualmente uomini naturali, e vivono nello stato di Natura; perché la medesima legge, che determina la condizione del selvaggio, la medesima determina ancora la condizione dell'uomo civile" . L'uguaglianza degli uomini uguali per natura non è, secondo Grimaldi, interrotta dalla legge civile, poiché quest'ultima non fa altro che ratificare l'ineguaglianza degli uomini nello stato di natura, eguali nella potenza ma non nell'atto. E' necessario a tal proposito comprendere che il vero stato di Natura dell'uomo è quello in cui realmente si trova, la società: "in questo stato bisogna guardarlo, per conoscere qual egli è; fuori del quale, o è un entechimerico, o è un'eccezione singolare della regola stabilita dalla Natura" . |