Casile Bruno nasce a Bova, (RC), nel 1923. Egli deve la sua notorietà alla "scoperta" della sua poesia "contadina" ad opera di Pasolini. E’ Pier Paolo Pasolini a dargli, infatti – in un articolo – l’appellativo di “contadino poeta”. Il Casile è un uomo schivo, tanto da apparire quasi rude. Ma nei versi leggiamo la freschezza dei suoi sentimenti; attraverso le sue parole viviamo le vicende che gli sono più care, come quando alla madre lontana scrive:
"Condoferro se essena
me ta daclia sta artammia
ngonatizo sta podiasu
su zitao ti vlojia.
... Egò echàrro ti iche
addha pramata caglio
arte zzero posso chrizi
i cardiasu, mana".
"Ritorno da te
con le lacrime agli occhi
mi inginocchio ai tuoi piedi
e ti chiedo la benedizione...
Credevo che ci fossero
altre cose migliori,
ora so quanto vale
il tuo cuore, mamma".
O quando ci narra dell’esilio forzato:
O chuma dicommu jatì mu èstile larga?
Jatì ode se essena den isonna zisi?
Esù ti èdike dulia ja chronu ce chronu
se tosse jenìe jatì arte den echi?
"O terra mia perchè mi hai mandato lontano?
Perchè qui da te non potevo vivere?
Tu che hai dato lavoro per anni e anni
a tante generazioni, perchè ora non ne hai?"
E ancora, del misero lavoro nei campi:
"Zzappuni, zzappun
cacò na echi ti s’ogguale...
Stochia den egguala,
posso ti izìa..."
"Zappa, o zappa
maledetto chi ti ha inventata...
La povertà non ho scacciato,
per tutto il tempo che vissuto..."
Vivissima è l’energia vitale trasmessaci dai versi del Casile: vivissima la memoria dei suoi ricordi, dei suoi pensieri e delle sue esperienze.
Forte il messaggio, chiaramente percepibile atrraverso le rime , dell’uomo che incita a continuare a lottare sempre, col fine di risollevarsi:
"Atonimèni i zoìmmu,
ma chortàti den ene
an don còsmo ti afìnni."
"Stanca la mia vita, ma non sazia
del mondo che lascia".
Tutti i suoi scritti riflettono l'esaltazione sentimentale di un micro cosmo rurale profondamente amato.
Il Casile muore nel 1998.
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