Calabria On Line
Login password
Registrati Adesso | Recupera Password
Calabria cultura Calabria Ricerche Calabria speciali Calabria turismo Calabria turismo
La Calabria|Arte e Cultura|Tradizione e Folclore|Università|Scuola|
 Utenti online: 42

News - Eventi - Sport
CATANZARO
News - Eventi - Sport
COSENZA
News - Eventi - Sport
CROTONE
News - Eventi - Sport
REGGIO CALABRIA
News - Eventi - Sport
VIBO VALENTIA
Lavoro in Calabria
Eventi in Calabria
Archivio Articoli
Condividi con
Seguici su Twitter Seguici su Facebook Iscriviti ai nostri Feed
COL
La Calabria - Tutto e Tutta
Catanzaro
Cosenza
Crotone
Reggio Calabria
Vibo Valentia
Arte e Cultura in Calabria
Tradizione e Folclore in Calabria
SENTIERI
I Sentieri di COL
Diventa Editore
Condizioni
F.A.Q.
I nostri Ospiti
SPECIALE COL
Rubriche
Borghi di Calabria
Mali di Calabria
Risorse di Calabria
Città dei ragazzi
Articoli
COLTour
Incoming Calabria
Virtual Tour
Da Visitare in Calabria
Viaggi in Calabria
Alberghi e Ristoranti Calabresi
Prodotti Tipici Turismo Enogastronomico
Escursioni in Calabria
Itinerari in Calabria
I Paesaggi di Calabria



Home Page | Sei in COL | Arte e Cultura

Personaggi Calabresi - Letterati


Caruso Domenico - Il Tempo nel folklore calabrese

Caruso Domenico - Biografia
Calabrisi jeu sugnu

La donna calabrese nei proverbi
Il tempo nel folklore calabrese
All’Aspromonte
A Padre Pio
La licantropìa tra storia e leggenda
Cu' jìva 'u zzappa..
Il SS. Crocifisso di Terranova
Antonino Basile
A' stada
Natale di pace per tutti!
Amuri Grandi
Desiderio estremo
Vergine Santa
A Papa Francesco
Grazie, Papa Francesco!

Ave Maria
A Santu Martinu
‘U rivòggiu da Passioni
‘U Barveri
L'Antica Università di Calabria
Poesia di Natale
La crudeltà
Giuseppe Fantino
Rocco Caruso
A Natuzza Evolo
Paesi di Calabria - Taurianova
Padre Catanoso, un Santo calabrese

Lode a Maria
Ahi, serva Italia!
Alla Madre Celeste
O Matri risplendenti

Il Tempo nel folklore calabrese
di Domenico Caruso

Il libro dell’Antico Testamento, il “Qoélet” o “Ecclesiaste”, che è stato paragonato a un diario spirituale, presenta le riflessioni di un sapiente sulle contraddizioni della vita. In uno dei primi capitoli l’ignoto autore, che si cela sotto il titolo, si sofferma sul valore del tempo: «Nella vita dell’uomo, per ogni cosa c’è il suo momento, per tutto c’è un’occasione opportuna./ Tempo di nascere e tempo di morire, tempo di piantare e tempo di sradicare,/ [...] tempo di piangere e tempo di ridere, tempo di lutto e tempo di baldoria,/ tempo di gettar pietre e tempo di raccoglierle, [...] / tempo di amore e tempo di odio, tempo di guerra e tempo di pace». (Qo 3, 1-8).

Se per l’antico - occupato prevalentemente nei campi - la misura del tempo era determinata dal sorgere e dal tramonto del sole nonché dall’eterno alternarsi delle stagioni, per l’uomo di oggi - che impiega le sue energie in modi differenti - le ore vengono scandite con precisione dall’orologio. Dall’ombra dello gnomone (un’asta a forma di T rivolta verso il sole) del secondo millennio a.C. - con cui gli Egizi indicavano le ore - ai moderni orologi a controllo radio, l’aspetto del mondo è mutato radicalmente.

Il tempo è inafferrabile e non si è mai formulata una sua concezione esclusiva: a quella circolare classica e pagana, che vede un eterno ricorso delle cose (“Nihil sub sole novum” dell’Ecclesiaste), si contrappone l’idea lineare, della freccia (dall’alfa all’omega) della civiltà cristiana. Al principio in cui Dio ha creato il Cielo e la Terra (Gn 1, 1), seguirà la fine del tempo e del mondo annunciata dall’Apocalisse. Intanto noi apparteniamo al tempo, considerato una dimensione della nostra conoscenza e misura della stessa realtà; d’altronde il tempo appartenendoci, rappresenta un fatto di coscienza. Se la tecnologia con il suo progresso ha cambiato in pochi anni i nostri comportamenti, le conquiste che ci lasciamo alle spalle non possono venire trascurate perché fanno parte di noi stessi. Le classi subalterne, per mezzo dei proverbi, ci hanno tramandato la loro esperienza e dobbiamo farne tesoro.

«Le temps est un grand maître, il règle bien de choses», afferma Corneille. (Il tempo è un gran maestro che accomoda molte cose). Per i nostri antichi:

U tempu acconza tuttu. (Il tempo rimedia a tutto).

U tempu jè galantomu. (Il tempo è galantuomo).

U tempu jè patruni dî cosi. (Il tempo è padrone delle cose).

Ogni cosa voli ‘u so’ tempu. (C’è un momento a tutto).

Eraclito sostiene che la natura non sta ferma un attimo e ogni cosa si trasforma col passare del tempo: «Panta rei» (tutto scorre), «non è possibile bagnarsi due volte nello stesso fiume».

Oji simu e domani non simu. (Oggi siamo e domani non più).

Gli uomini si sono adattati alle circostanze:

Passata ‘a festa e gabbatu ‘u santu. (Passata la festa, gabbato il santo).

«Fugit interea, fugit irreparabile tempus». (Fugge in modo irreparabile il tempo), scrive Seneca.

Quandu hai tempu no’ perdiri tempu. (Approfitta del tempo) e Dante aggiunge: «ché perder tempo a chi più sa più spiace». (Pg III, 78).

«Nulla tempestas magna perdurat». (Nessuna grande tempesta dura a lungo), ricorda ancora Seneca. Bon tempu e malu tempu non dura. (Il buono e il cattivo tempo hanno un limite).

La scienza è universale, come pure la Natura che è retta da un ordine di leggi assolute: «Dio non gioca a dadi», dichiara il fisico A. Einstein. Anche per G.W. Leibniz e Linneo: «Natura non facit saltus». Pertanto, la morale di “Lupi e agnelli” (Trilussa) è di un’inquietante realtà.

Nella prefazione al suo «Calendario», A. Cattabiani annota che “molte tradizioni, ancora vive al suo inizio, [...] sembrano dissolversi nella ormai predominante concezione del tempo lineare e strumentale”, riducendosi “a comportamenti genericamente e talvolta tetramente festosi, o a semplici occasioni di vacanze - dal verbo vacare, essere vuoto, privo di impegni - e di compere affannose”. Si ritiene opportuno, quindi, “intraprendere un viaggio nel calendario, ovvero nel tempo circolare dell’anno con le sue stratificazioni storiche da dove emergono libri sacri, tradizioni, simboli e leggende”.

Per facilitare la comunicazione ogni gruppo sociale ha costruito un proprio tempo ed un particolare calendario.

Nell’orientamento popolare è prevalsa, quindi, una data significativa che corrisponde alla ricorrenza del Santo Vescovo, Protettore anche del mio omonimo paese appartenente al Comune di Taurianova (R.C.). La fama di S. Martino, considerato un Apostolo (secondo quanto scrive il suo biografo Sulpicio Severo), è testimoniata dalle scadenze istituzionali legate al suo giorno. L’11 novembre cominciava l’attività dei tribunali, dei Parlamenti e delle scuole; si tenevano le elezioni municipali, si rinnovavano i contratti agrari, si pagavano le locazioni, si traslocava. Tali usanze durarono fino alla Rivoluzione francese. Per i Celti era il culmine del capodanno e nei villaggi si accendevano luci e falò, si portavano in giro zucche vuote e un cavaliere nero decretava la continuità di questa vita con quella dell’aldilà; i bambini attendevano dal santo i loro doni, i contadini avevano fissato in quel giorno un punto centrale del calendario. Cerimonie sacre e profane: falò, sagre e banchetti innaffiati dal vino novello si svolgevano dappertutto, come si rileva dal ricco vocabolario legato alla lieta ricorrenza. Da una leggenda, che vede protagonista il gran Santo, deriva il nome del “martin pescatore”; dal premio celeste per il generoso gesto del mantello proviene il detto “l’estate di San Martino”; dalla celebre “cappa” abbiamo i termini “cappella” (piccolo edificio dove i re merovingi tenevano un frammento del mantello del Santo) e “cappellano”; “far San Martino” significava fare baldoria ed anche fare fagotto (traslocare), “martinet” era la frusta che si calava dal camino per la Befana dei piccoli che non si erano comportati in modo esemplare. In ogni paese sono fioriti i detti legati al Santo:

Per San Martino ogni mosto è vino.

Per San Martino cadono le foglie e si spilla il vino.

Chi vuole fare buon vino zappi e poti a San Martino.

A San Martino si lascia l’acqua e si beve il vino.

Oca, castagne e vin ten tût pe’ San Martin.

Chi non gioca a Natale,/ chi non balla a Carnevale,/ chi non beve a San Martino/ è un amico malandrino.

L’estate di San Martino dura tre giorni e un pocolino.

A Palermo si dice: Quandu ‘nci su’ sordi ‘ntro cilicchinu è sempri Natali, Pasca e San Martinu.

Dalle mie pubblicazioni (e in particolare dai “Proverbi di S. Martino”), riporto ora una selezione di proverbi calabresi riguardanti il mondo contadino:

Di vènnari e di marti no’ si spusa e no’ si parti. (Non è di buon auspicio sposare o partire di martedì e di venerdì).

Mèrcuri jntra, settimana fora. (Mercoledì dentro e settimana fuori).

Smaliditta chida trizza chi di vènnari si ‘ntrizza; beniditta chida pasta chi di vènnari si ‘mpasta. (Il Venerdì Santo non era lecito alle donne pettinarsi le trecce, ma era benedetto l’impasto del pane).

Lu sabatu si chiama allegra cori, ca la domìnica tràsinu ‘i dinari. (Il sabato rallegra i cuori poiché la domenica si riscuote il salario della settimana).

Jenaru siccu massaru riccu, jenaru vagnatu massaru rovinatu. (Gennaio secco massaro ricco, gennaio piovoso massaro rovinato).

Se vo’ linchjri lu cellaru, zzappa e puta ‘nta jenaru. (Se vuoi riempire la cantina zappa e pota a gennaio).

Frevaru curtu e amaru scòrcia i vecchj ô focularu e i giuvanedi aundi ‘i cchjàppa. (Febbraio corto ed amaro scortica i vecchi al focolare e le giovani dove le colpisce).

Frevi mu ‘nd’ havi cu’ frevi mi misi ca sugnu lu hjuri di tutti li misi: fazzu l’erba crìsciari, li donni abbellìsciari, li gatti vannu a paru a la barva di jenaru. (Che sia colto da febbre chi mi ha posto un tal nome, essendo il fiore dei mesi: faccio crescere l’erba, ingentilire le donne ed i gatti vanno a coppia alla faccia di gennaio).

A frevaru notti e jorna sunnu paru. (A febbraio i giorni sono uguali alle notti).

A marzu ogni stroffa è jazzu, ‘i mani ‘nta limba e i pedi ‘nto matarazzu. (A marzo ogni cespuglio serve da giaciglio, le mani nel piatto ed i piedi nel letto).

A marzu chjovi chjovi, ad aprili mai mu fini, a maju una bbona mu si fannu i posterini. (A marzo tanta pioggia, ad aprile che non finisca, a maggio un’acqua abbondante che faccia maturare i prodotti tardivi).

Ad aprili caddi li jorna e friddi li matini, setti voti mangi e ‘mbivi e mai sàzziu ti vidi. (Ad aprile le mattine sono fredde, le giornate calde e si prova un grande appetito).

Ad aprili statti comu ti vidi, a maju jetta ‘u saju: ma prima vidi comu vaju. (Ad aprile non cambiare d’abito e a maggio togliti il mantello, dopo aver osservato l’andamento del tempo).

Campa sumeri finu chi màju veni! (Ciuchino, attendi maggio per i tuoi amori!).

Se l’olivu spògghja a maju, ‘nta l’ogghjaru menti tàju. (Se l’olivo spoglia a maggio, la produzione d’olio ne risentirà).

L’acqua di giugnu menti focu a tuttu ‘u mundu. (A giugno la pioggia arreca danno al raccolto).

Sìmina quandu voi c’’a giugnu meti! (Semina a tuo piacere perché a giugno mieterai!).

A giugnu ‘u ranu ‘n pugnu, a giugnettu ‘u ranu è nettu. (A luglio il grano raccolto in precedenza è già pulito).

A giugnettu lèvati ‘u corpettu e jetta i panni di lu lettu. (A luglio togliti il corpetto ed alleggerisci i panni del letto).

Ad agustu ògghju e mustu. (Ad agosto olio e mosto vengono favoriti dalla pioggia).

Agustu cucina e settembri minestra. (Agosto prepara i frutti che settembre dispensa; in altro senso, a settembre venivano colti da febbre i contadini punti dall’anofele il mese prima).

Settembri caddu e ‘sciuttu maturari fa ogni fruttu. (Settembre caldo ed asciutto fa maturare i frutti).

Se ottobri trona l’annata è bbona. (I tuoni ad ottobre indicano buona annata).

Pe’ Santa Reparata ‘a liva jè ogghjata. (Per l’8 ottobre, Santa Reparata, le drupe cominciano a dare olio).

Di’ Morti ‘a nivi e’ porti, di Santi ‘a nivi e’ canti. (Per il giorno dei Morti la neve è alle porte, per Ognissanti è ai canti).

Pe’ Sant’Andrìa ‘u massaru siminatu avìa. (Per il giorno di S. Andrea il contadino ha già seminato).

Prima Natali ‘nu passu di cani, di Natali ‘n poi ‘nu passu di voi. (Prima Natale i giorni allungano di un passo di cane, dopo raggiungono il passo di un bue). Concludo i nostri detti con la trepida attesa della nascita di Gesù: Sant’Andrìa (30 nov.) portau la nova/ c’allu sei (6 dic.) è di Nicola,/ all’ottu è di Maria,/ allu trìdici di Lucia,/ allu vinticincu (25 dic.) lu veru Missìa.

La “statio solis” è collegata al Redentore che, al ritorno della luce, scende nel cuore della gente. La Natività costituiva un punto fermo per i nostri avi, come dal semplice esempio che riporto. Al centro delle antiche abitazioni, formate per lo più da un modesto monolocale, si praticava una piccola buca permanente (“a fosseda”) per giocare alle nocciole durante il periodo natalizio. L’uomo sentiva impellente il bisogno di tornare all’innocenza della sua infanzia e di affidarsi alla Divina Provvidenza durante la sua vita onesta ed operosa.

Domenico Caruso

S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)


Bibliografia essenziale:

1) D. Caruso, “Storia e folklore calabrese”, Centro Studi “S. Martino”- S. Martino - RC, 1988.

2) A. Cattabiani, “Calendario”, Rusconi - Milano, 1988.

3) C. Lapucci, “L’era del focolare”, Ponte alle Grazie - Firenze, 1991.

 




Storia delle Province
Personaggi
Teatro
Musei
Musica Popolare
Musica
Cinema
Pittura
Poesie Calabresi
Fotografia
Letteratura
Tra Miti e Leggende
Patrimonio d'arte della Calabria

News
Calabria

 
© 1997-2019 CalabriaOnline By Internet & Idee S.r.l P.Iva: 02196690784




?>