|
Ho preso a scrivere poesie una volta giunto a Milano. Fino ad allora mi ero occupato di musica. La chitarra è legata alla musica della mia terra , quella musica che ho tentato di far rinascere nelle mie poesie. Ho dovuto, quasi dovuto e non voluto, scrivere in dialetto, per renderla nelle consonanze della mia lingua; solo in dialetto, potevo rievocare quanto avevo accumulato, nel bene e nel male, nella mia terra. Là avevo perso prematuramente i genitori e avevo conseguito il diploma di geometra. Ho campato impartendo lezioni di musica e dedicatomi ai lavori più umili. La mia terra sa essere ingrata. Una volta giunto alla <<graticola>> come ho scritto nelle poesie sono emigrato. Ho corredato il libro di illustrazioni, per dare anche un’idea visiva di ciò che perennemente mi era rimasto, che mi si era istillato con l’infanzia e la mia giovinezza.
|
|
Un universo di vicoli spalancati sul mare, come quello di mio zio fioraio, stretto e senza sole, battuto dal vento, pieno di fiori e di colori; una marea di aromi e di sapori,come quello delle melanzane, dei pomodori, dei peperoncini, delle mozzarelle e del lardo. L’odore dei ragù che cuocevano a mezzogiorno, le piante di fichi sparsi ovunque; le lucertole e le salamandre che penetravano dappertutto, anche nelle stanze di casa. Gli infiniti gioghi da bambino, le notti di pesca, i formaggi su tutte le tavole, l’acqua sorgiva. Terra mai scordata, nonostante la sua ingratitudine.
Non manca la rabbia, in quei versi dialettali, contro le autorità amministrative, ree di scempio enormi. Contro i padroni vecchi e nuovi, i signori. In una poesia racconto un fatto reale: l’accerchiamento da parte di cani randagi, sventato fortunatamente. Potrebbe essere una metafora di una terra amabile che ti si rivolta, in cui tutte le estraneità e le indifferenze (ne avevo avuto davvero tante, come orfano, come lavoratore precario...) diventano un dramma dell’assurdo che ti può uccidere. Ho raccomandato quindi,molto prosaicamente ma molto realisticamente, a chi vive come ho vissuto, di non finire sulla graticola: non si può campare solo di buoni sentimenti e di speranze. Si può sempre portare nel cuore quella terra indimenticabile e viverla nei sogni come una un’interminabile elegia, ma non si può contentarsi di questo, qualcosa ti si rivolta, come quei cani, qualcosa che non annulla gli
sciali giovanili, i peperoni cotti nelle strade, e i pleniluni che nascevano radenti le onde, ma infigge pugnali che fanno male,come le mie risicate lezione per poche lire, i lavori avventizi cercati e non trovati, le mie cene come unica paga delle fatiche di un giorno. Ho cercato di esprimere tutto questo mondo nei miei versi, e nella loro lingua; l’italiano avrebbe portato un distacco inevitabile da qualcosa che ancora fermenta come un mosto nelle mie viscere.
Terra del rimorso: rimorso dunque nonostante tutto d’essere andato via: terra del distacco da tutto ciò che era stato caro; terra mai scordata, anche in tutto ciò che ti aveva fatto andare via.
|