Come scriveva, nel 1840, Attilio Zuccagni Orlandini, prendendo a discorrere di Rossano Calabro nella sua ‘Corografia d’Italia’, “il viceré conte di Lemos voleva raccoglier danaro e quindi nel 1612 vendé Rossano col casale di Paludi e con la terra di Longobucco ad Olimpia Aldobrandini per ducati 85 mila”. Donna Olimpia (1567-1637) non solo fu lieta dell’acquisto, tanto d’esser chiamata d’allora in seguito la Rossana; ma riuscì pure a farsi assegnare da papa Clemente VIII, ch’era suo zio, il titolo di Principessa di Rossano, che contraddistinse poi la casata. La faccenda costò cara alla Città di Rossano; che dovette sborsare, secondo l’uso, alla nuova padrona un donativo di 10 mila ducati; pagandone il debito con la dazione in solutum delle difese comunali di Foresta e di Valle dell’Ombra. Ma Donna Olimpia si fece poi perdonare l’esborso; amministrando il suo feudo con diligente accortezza ed istituendo, nel 1620, la nuova chiesa di S. Nilo; che recava in facciata gli stemmi del suo blasone, eliminati soltanto nel 1897.
Come spiega un documento del Fondo Borghese, la Città di Rossano era allora governata insieme dalla piazza dei Nobili e da quella degli onorati Cittadini (chirurghi, speziali, notai ed altri civili). Essendo nata quest’ultima “da una scelta delli cittadini più onorati della plebe, per intervenire nel governo del pubblico e non essere oppressi dalla nobiltà”. Ma, nonostante l’ansia della nascente borghesia d’ingerire negli affari della città, il regime corrente non doveva essere dei migliori; dato che “il governo patisce grandemente e li poveri non meno che l’altri nobili forestieri sono oppressi senza verun riguardo”.
Nonostante le ristrettezze, Rossano sentì sempre pure l’ambizione del nuovo. E, come notava Gian Bernardino Tafuri nel 1748, tra le prime città di Calabria “nel 1540 si fondò un Accademia col nome di Naviganti, quale dopo qualche tempo, per alcune discordie insorte tra gli Accademici, si divisero in fazioni, una delle quali, ne fondò un’altra col titolo di Spensierati; la quale nel 1694 fu regolata dall’Abate D. Giacinto Gimma, con alcune leggi da osservarsino dagli Accademici”.
Veduta di Rossano – Dal Viaggio in Calabria dell’Abate Pacichelli (1693)
E notevole fu pure, lungo tutto il ‘600, l’opera che svolsero le comunità religiose. Non solo nella sfera spirituale; ma anche nella promozione della cultura e della pubblica assistenza. L’Arcidiocesi Rossanense data, secondo Ughelli, già dall’anno 820. Ed essa ebbe, nel ‘600, vescovi eminenti: quali Pietro Antonio Spinelli (1628) e Giacomo Carafa (1646). Ma tanti erano pure gli Ordini Monastici: quali li vide ed enumerò, nel 1693, l’Abate Pacichelli; nella veduta che diede di Rossano.