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La leggenda del Morzello
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All’improvviso le si affacciò nel pensiero l’idea di pulire tutto quel cordame d’intestini: li svuotò del contenuto, li rivoltò come un calzino; poi li affogò in una tinozza ricolma d’acqua, lavando e nettando fin quando non furono veramente puliti. Tagliò il tutto a pezzetti e non scartò neppure la parte terminale, che era il tratto più grasso dell’intestino. Aggiunse qualche pezzetto di polmone e di milza, sfuggiti allo scarto dei beccai e recuperati nella cesta. Poi li trasferì nella tinozza con acqua nuova che scorgava fresca dalla fontana di Tuvuleddhu. L’idea era quella di utilizzare quelle frattaglie, di cui nessuno si era mai servito, per il cenone di Natale con i ragazzi.
Non avrebbe, però, confessato loro la natura di quel pasto: una profanazione alla solennità del Natale che nessuno avrebbe dovuto scoprire. Quell’anno la Madonna aveva scelto di partorire a Catanzaro, ma non aveva trovato neppure una stalla dove fermarsi e regalare all’umanità il Redentore. C’era una spianata nella zona di Tuvuleddhu, dove sorgevano i pagliai utilizzati soltanto d’estate per la vendita dei fichidindia. Giuseppe condusse Maria in uno di essi: quello che gli apparve il meno esposto al vento e al freddo.
Lì giunsero dalla campagna circostante un bue e un asinello, le creature che prima degli uomini avrebbero adorato il Messia. Chicchina aveva posto sul fuoco un tegame con tutte quelle frattaglie, affogate nell’acqua con un po’ di sale. Aveva svuotato la brocca e ora, a notte fonda, era necessario riempirla. Si tirò sulle spalle il pesante mantello del marito e si sentì protetta per raggiungere la vicina fontana. Poi sulla via del ritorno, notò una luce accecante in uno dei pagliai. Si avvicinò curiosa e rimase estasiata: c’era la Madonna nell’atto di porre nelle braccia di Giuseppe il bimbo appena nato. Chicchina in un baleno si levò il mantello e coprì quella creatura ancora nuda; la Madonna le sorrise, mentre sul pagliaio una schiera d’angeli cantava “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”. Poi aiutò la Madonna a sdraiarsi e la sua mano sfiorò dolcemente il volto di Dio fatto uomo. Avvertì la stessa felicità dell’attimo in cui divenne madre: ora quel bimbo, coperto col suo mantello, le apparteneva e tante volte lo aveva invocato nella sua disperata solitudine. Maria glielo affidò per una ninna nanna; una di quelle ninne nanne che le mamme calabresi sanno cantare dolcemente ai loro figli. Chicchina timorosa si strinse al petto la divina creatura e cominciò a cantare “Bambinuzzu, bambineddhu /chi nescisti accussì beddhu, / ed a mia non dira no, / fai la ninna, ninna oh!”. Ora la Madonna e Giuseppe guardavano felici la povera Chicchina, che cantava la ninna nanna al più povero dei re. Cominciarono ad arrivare pastori da ogni contrada: uno portava broccoli, un altro una ricotta, un altro il pesce, un mugnaio la farina, una nobile signora uno scialle di seta e poi tanta frutta, tante focacce e panni per il divino infante. C’era pure l’incantato del presepe, immobile come una statua, la bocca spalancata e le braccia aperte dinanzi al Redentore. Dalla Porta Marina giusero pure i Re Magi: tutti quei pastori erano obbligati a transitare per la via dove sorgeva il tugurio di Chicchina. Una schiera d’angeli curiosi entrò per visitare quell’abituro; trovarono i bimbi addormentati e il tegame sul fuoco: un angelo cuoco comprese che a quelle frattaglie mancava qualcosa: versò salsa di pomodoro, poi un’aggiunta di origano e una manciata di peperoncino. Rimestò il tutto e fattone un assaggio sentenziò ch’era un ottimo pasto. Le campane di mezzanotte suonarono la nascita del Redentore e Chicchina si svegliò dal lungo sonno, che l’aveva vista partecipe di quella nascita. Credette di aver sognato, ma nella squallida stamberga trovò tutti quei doni che i pastori avevano deposto nel pagliaio di Tuvuleddhu: si ritrovò sulle spalle lo scialle di seta che la nobile signora aveva portato alla Madonna; sulla tavola imbandita c’era di tutto; in bella evidenza anche le focacce, che servivano per gustare quell’insignificante piatto di frattaglie che gli angeli avevano trasformato in cibo squisito, atto a solleticare la gola e, in futuro, a soddisfare la ghiottoneria dei Catanzaresi. Chicchina svegliò i bambini e mangiarono quella pietanza; sul loro volto c’era il sorriso di Gesù bambino, che la povera vedova aveva cullato nel pagliaio di Tuvuleddhu.

Testo di Achille Curcio
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